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Il bluff di Teheran, lo scudo di Washington nel Mediterraneo e la guerra sui social

Ariel Piccini Warschauer.

La guerra psicologica corre sui social, ma la realtà dei fatti si misura con lo spostamento delle portaerei. Nelle ultime ore, il comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha dovuto alzare un muro di sbarramento non solo missilistico, ma anche informativo, per smentire seccamente le voci circolate da Teheran su una presunta cattura di soldati americani. «Bugie e inganni», ha tuonato un portavoce del CENTCOM, respingendo le affermazioni di Ali Larijani, segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale iraniano, che su X aveva parlato di militari USA finiti nelle mani dei Pasdaran durante le concitate fasi dell’operazione Epic Fury.

Secondo la ricostruzione iraniana – bollata da Washington come pura propaganda – gli Stati Uniti avrebbero registrato alcuni soldati come “uccisi in azione” solo per nascondere l’umiliazione del loro rapimento. Un tentativo disperato, quello dei mullah, di risollevare il morale di un esercito che, secondo i rapporti dell’intelligence israeliana pubblicati dal Jerusalem Post, starebbe mostrando pericolosi segni di cedimento, con ufficiali che abbandonano le caserme e una catena di comando sempre più frammentata dopo l’eliminazione di figure chiave del regime.

Ma se la diplomazia delle parole si fa feroce, è quella dei fatti a preoccupare davvero l’asse della resistenza. Washington non solo nega le perdite, ma raddoppia la posta. È infatti confermato l’aumento della presenza militare statunitense nel Mediterraneo: la portaerei USS George H.W. Bush è in rotta verso la regione, pronta a unirsi alla USS Abraham Lincoln e alla USS Gerald R. Ford. Un dispiegamento di forze senza precedenti che trasforma il Mare Nostrum in una polveriera pronta a esplodere, con l’obiettivo dichiarato di blindare i cieli di Israele e scoraggiare ulteriori ritorsioni contro le basi americane nel Golfo.

Donald Trump, dalla Casa Bianca, mantiene una linea di estrema fermezza. Mentre il Pentagono conferma la morte di soli sei militari dall’inizio delle ostilità (vittime di un attacco droni in Kuwait), il Presidente americano ha avvertito che non accetterà nulla di meno di una «resa incondizionata» da parte della Repubblica Islamica. Nel frattempo, il fronte si allarga: mentre l’aviazione israeliana continua a martellare i depositi di petrolio e i siti missilistici in territorio iraniano, il Libano è diventato il nuovo epicentro dello scontro. Oltre 150 cittadini iraniani, tra cui diplomatici e famiglie dei Pasdaran, hanno abbandonato in fretta e furia Beirut su voli russi, dopo che l’IDF ha avvertito che nessuno sarà risparmiato se Hezbollah continuerà a prestarsi al gioco di Teheran.

La strategia del regime sembra ormai quella della “terra bruciata” informativa: inventare vittorie per coprire il collasso interno. Ma con tre gruppi navali americani a poche miglia dalle coste e l’aviazione di Gerusalemme che domina i cieli, lo spazio per le menzogne di Larijani si fa sempre più stretto. La guerra nel deserto è appena entrata nella sua fase più brutale e imprevedibile.

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