Il 17 febbraio, la ricorrenza del rogo di Giordano Bruno
Roberto Pizzi.
Il mese di febbraio racchiude un’altra data da ricordare: il 17 febbraio 1600, cioè il giorno del rogo di Giordano Bruno, la cui tragica vicenda commosse e propose alla coscienza comune problemi gravi e conturbanti, alimentando il filone del pensiero laico e anticlericale in una fase delicata della edificazione dello Stato unitario. Il 9 giugno del 1889, poi, vi fu fatto politico di rilievo nazionale: l’inaugurazione del monumento dedicato al filosofo nolano, a Roma, in Campo dei Fiori. Intorno alla statua realizzata dal Gran Maestro della Massoneria italiana, Ettore Ferrari ed alla lapide con l’epigrafe dettata da Giovanni Bovio, convennero tutti i rappresentanti della politica e della cultura nazionale. Oltre mille labari garrirono al vento – vessilli delle società operaie, stemmi dei municipi, bandiere con le insegne massoniche – durante un maestoso corteo snodatosi da Piazza Esedra, nel centro di Roma, al suono degli inni di Garibaldi, di Mameli e della Marsigliese. Il nome di Giordano Bruno divenne simbolo di rivendicazione di ogni libertà ed il suo indomito spirito di ricerca, ribelle a qualsiasi impostazione dogmatica, influenzò le coscienze di molte generazioni future.
Il fascino bruniano si era manifestato anche a Lucca sin dagli inizi degli anni ’70 del XIX secolo e la stampa mazziniana pubblicava a puntate la storia dello scomodo filosofo (spesso insieme a quella dell’eroe cittadino Francesco Burlamacchi), definito “genio originale e precursore di una civiltà nuova” che non era solo “gloria italiana…ma faro di luce che irradia l’umanità..”. Nel 1890, poi, un apposito comitato lucchese – con rappresentanze in altre località della provincia – sorgeva per richiedere l’edificazione di un monumento per il frate nolano. Il giornale “Il Figurinaio”, scrisse: “Cittadini! A voi che serrate nelle vostre mura Francesco Burlamacchi, sognante unità d’Italia quando per tutti era follia, incombe il sacro dovere di concorrere con tutta la vostra forza a far sì che Lucca a torto bollata coll’obbrobriosa accusa di sacrestia del Vaticano, sia fra le prime città d’Italia ad erigere un ricordo al Martire Nolano, che affrontò colla serena convinzione del giusto l’orrendo supplizio per la libertà di pensiero”.
Raccolti i denari con pubbliche sottoscrizioni, si affidò la realizzazione di un busto in bronzo aFrancesco Petroni (1876-1960), scultore di tradizione familiare laica, ma aliena da volgari espressioni antireligiose (Petroni fu affiliato alla loggia massonica “Francesco Burlamacchi”).
Però la collocazione in una area pubblica della città non fu possibile per l’opposizione della maggioranza clericale che governava il Comune in quegli anni e che nonostante accese polemiche protrattesi nel tempo, rifiutò sempre di concedere l’area pubblica richiesta. Fra le forze di opposizione di allora si distingueva una figura di alto spessore morale e culturale che avrebbe segnato la storia della minoranza politica lucchese per molto tempo: Augusto Mancini, che era nato a Livorno il 2 marzo del 1875. Appena laureato, si era trasferito, nel 1895, a Lucca (vi sarebbe rimasto per il resto della vita), dove aveva iniziato la sua carriera di insegnante di lettere classiche nel liceo cittadino. Nel 1902 era succeduto a Giovanni Pascoli nella cattedra di grammatica greca e latina a Messina, dove era rimasto fino al 1906, quando l’Università di Pisa lo aveva chiamato a sostituire, ancora una volta, il Pascoli, confermandolo, poi, nella cattedra di letteratura greca, fino al 1948.
Impegnato direttamente anche nelle attività sociali, era stato fra i primi soci della Croce Verde di Lucca e ne aveva ricoperto la carica di presidente dall’agosto del 1908 al maggio del 1909 ed, ancora, nel 1914. Spese anche il suo nome nelle battaglie politiche riformatrici e fu il punto di coagulo dei democratici di tutta la provincia di Lucca. Venne eletto deputato alla Camera nel 1915, confermato nelle elezioni del 1919 e nel 1921, si era poi ritirato da ogni carica pubblica per l’ostilità fascista. Dopo l’assassinio di Matteotti prese parte ad un comitato segreto avverso al regime, ben presto costretto ad interrarsi come un fiume carsico, riaffiorato negli anni della Resistenza.
Dopo la reclusione dal 5 gennaio al 14 maggio del 1944, nel carcere lucchese di San Giorgio,venne scelto come primo presidente del Comitato di Liberazione clandestino della città. Finita la guerra, avendo partecipato a tre legislature, fece parte di diritto della Consulta nazionale, e fu anche il primo Rettore dell’Università di Pisa liberamente eletto, dall’ 8 giugno 1945 al 31 ottobre 1947. Morì il 18 settembre 1957, a causa di un’emorragia cerebrale.
Sulla battaglia combattuta a Lucca per le onoranze a Giordano Bruno restano memorabili le parole di Mancini durante una riunione del Consiglio Comunale che bocciò (dopo lunghe ed estenuanti polemiche) le proposte dei consiglieri dell’opposizione. Il celebre letterato stigmatizzò, l’intolleranza della maggioranza che conculcava i diritti della parte minoritaria in modo sfacciato e arrogante negando una piazza dove collocare il busto di Giordano Bruno, il quale – a suo dire – sebbene “perseguitato da tutti, cattolici e protestanti, dal volgo che non lo comprese, dagli accademici”, si elevava ancor più “intellettualmente e moralmente sui piccoli uomini del consiglio comunale di Lucca. La bella scultura del Petroni trovò comunque una collocazione adeguata nellasede della Fratellanza Artigiana di Corte Sbarra, nel centro della città, fino agli anni ’50.
Poi, il professor Mancini convinse i soci lucchesi a permettere il trasferimento del monumento nella più prestigiosa Domus Mazziniana di Pisa, dove tutt’oggi può essere ammirato. La casa pisana dei Rosselli-Nathan dove era morto Mazzini il 10 marzo 1872, dichiarata monumento Nazionale il 20 aprile 1910, nell’agosto del 1943 era stata semidistrutta dai bombardamenti. Con il contributo determinante di Augusto Mancini, venne ricostruita dopo la fine della II guerra mondiale e destinata di nuovo alla memoria storica col nome di Domus Mazziniana. Mancini che bene conosceva le idee di Mazzini, da lui interiorizzate tanto da fargli ritenere la “Repubblica” come una “suprema creazione morale, ne divenne il primo presidente. Recentemente, in una visita a Lucca, l’allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi (laureatosi in greco a Pisa proprio con Mancini), volle rendergli onore ricordando l’affetto nei suoi confronti mostrato dagli studenti universitari che rimanevano con lui oltre l’orario delle lezioni e poi correvano alla stazione per fermare il treno e permettere al loro professore di tornare a Lucca.





