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I fatti di Torino e l’area grigia ricordata dalla procuratrice

Viviana Ponchia sul Quotidiano Nazionale commenta i fatti di Torino e cita le parole di Lucia Musti, procuratore generale del Piemonte, all’apertura dell’anno giudiziario: “C’è un’area grigia di matrice colta e borghese che rispetto alle violenze degli antagonisti nutre un atteggiamento di benevola tolleranza». Per capirci: la cosiddetta upper class che mangia biologico e non rinuncia ai sandali tedeschi fino a ottobre, che non studia a caso e va in vacanza a Panarea sulla barca del papà notaio, darebbe una «lettura compiacente» di quelle violenze, cercando di arrivare a una normalizzazione se non proprio a un appoggio, eludendo qualsiasi «illuminata azione di deterrenza e di rispetto delle regole democratiche».

Il rapporto ammiccante con Askatasuna, chiuso a dicembre dopo trent’anni di promesse e aggressioni organizzate, diventa il “bene comune” di quell’area grigia, che in una giornata fredda scende in piazza e in qualche modo fornisce la copertina politica a chi poi mena le mani. Il sindaco Lo Russo condanna senza appello le derive, però era finito anche lui nelle polemiche per il tentativo (fallito) di dare legittimità al centro sociale attraverso un patto di collaborazione (non rispettato). Nella sua maggioranza Marco Grimaldi di Avs aggiunge qualche sfumatura al grigio. Scontri da biasimare, ci mancherebbe. Però paragoni forti: “Torino non vuole essere Minneapolis”, Torino “sa che parte stare”. Non da quella del poliziotto menato per capriccio ma dall’altra: contro un governo che reprime e vuole prendersi la città militarmente, accartoccia le mappe culturali e chiude i centri sociali.

Il mondo antagonista fa il suo mestiere. Orfano della classe operaia, sono trent’anni che le prova tutte per trovare un nuovo soggetto rivoluzionario: gli indios, i palestinesi, la comunità Lgbt. Il centro sociale Traumfabrik di Bologna nel 1977 sfornava riviste come Cannibale stravolgendo la cultura giovanile, il Virus di Milano teneva a battesimo la cultura punk secondo solo agli inglesi. Oggi i collettivi all’università sono messe cantate per “tuttu” e il refrain è “lotta”, ma un po’ a caso. Askatasuna nel deserto si è fatta notare, prediligendo i sapori forti e un copione da duri applicato alle manifestazioni No Tav, a quelle per Gaza, il lavoro e l’ambiente. E dal significato basco di “libertà” è passata a sinonimo di violenza e guerriglia urbana, come si è rivisto sabato sera.

“C’è un clima da resa dei conti – temeva l’ex militante di Lotta Continua Silvio Viale –, la situazione è ingestibile”. Si è sbagliato ma è vero che Torino è costretta a ripetersi. Negli anni Settanta, quando il terrorismo lasciava graffi profondi, era la capitale industriale e il simbolo di una conflittualità che nasceva in fabbrica. La Fiat non era solo un posto di lavoro ma un campo di battaglia ideologica, politica, esistenziale; nella sua pancia stavano in incubazione i primi segni di un antagonismo che avrebbe segnato intere generazioni. Il tributo agli anni di Piombo è di 323 attentati, 48 feriti, 26 morti. La città era impaurita ma reagiva e diventava un modello per vincere il terrorismo: compattandosi, soprattutto a sinistra.

Poi la rabbia si è trasformata, sono arrivate le barricate di Venaus, i cortei No Tav, le cariche della polizia in via Po. E siamo daccapo con la storia del laboratorio, questa volta di un conflitto sociale più ambiguo: ogni generazione deve avere il nemico che merita o che c’è a disposizione. Finisce così che su una casetta occupata in corso Regina cadono le maschere e i pugni chiusi, quando fa notte e i colori sbiadiscono è anche comprensibile fare tutti un po’ di confusione. Conclude l’articolo del Quotidiano Nazionale.

Ma il giovane di 22 anni arrestato a Torino non andava in barca a Panarea con i soldi del babbo notaio ma veniva da Montelaterone, frazione di 250 abitanti nel comune di Arcidosso, versante grossetano del Monte Amiata, terra di minatori e profeti. E’ qui che era nato David Lazzeretti, fondatore della chiesa giurisdavidica.

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