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Gli Usa portano Harvard in tribunale per antisemitismo

Ariel Piccini Warschauer.

La crisi che sta travolgendo Harvard approda ora nelle aule di giustizia federali. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha rotto gli indugi, muovendo un’accusa formale che pesa come un macigno sulla più prestigiosa università del mondo: “indifferenza deliberata” nei confronti dell’antisemitismo.

Secondo i documenti depositati dal governo, l’amministrazione di Harvard avrebbe sistematicamente ignorato, o gestito in modo gravemente insufficiente, un clima di ostilità crescente verso gli studenti di origine ebraica a seguito dei fatti del 7 ottobre 2023. La causa non si limita a contestare i singoli episodi di intolleranza, ma punta il dito contro la struttura stessa dell’ateneo.

L’accusa è di aver violato il Titolo VI del Civil Rights Act, la legge del 1964 che proibisce la discriminazione in qualsiasi programma che riceva finanziamenti pubblici. Se Harvard dovesse perdere la causa, le conseguenze sarebbero enormi: non solo un danno d’immagine incalcolabile, ma il possibile congelamento di miliardi di dollari in sussidi e borse di studio federali.

La causa del Dipartimento di Giustizia descrive uno scenario inquietante: Studenti insultati o bloccati fisicamente durante le manifestazioni. Segnalazioni formali che sarebbero state archiviate senza sanzioni reali per i responsabili. Il governo Trump sostiene che l’ateneo applichi con rigore le politiche contro altre forme di odio (razzismo, omofobia), ma sia rimasto “paralizzato” di fronte all’antisemitismo dei propal americani. 

Questa azione legale è l’ultimo capitolo di un “annus horribilis” per Harvard. Dopo le dimissioni della rettrice Claudine Gay, travolta dalle polemiche per la sua audizione al Congresso e dalle accuse di plagio, l’università sperava di aver voltato pagina. Invece, l’intervento diretto del governo federale suggerisce che le scuse pubbliche e l’istituzione di task force interne non sono state giudicate sufficienti da Washington.

Dal rettorato la risposta è cauta ma ferma. “Harvard respinge l’accusa di aver ignorato il benessere dei propri studenti”, si legge in una nota. L’università rivendica la difficoltà di bilanciare la sicurezza della comunità con la libertà di parola, un pilastro fondamentale del sistema educativo americano che, negli ultimi mesi, è diventato il terreno di scontro di una vera e propria guerra culturale.

Mentre i legali si preparano alla battaglia, il segnale inviato alle altre università d’élite è chiaro: il tempo della mediazione politica è finito, ora a parlare sarà la legge.

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