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Giustizia, dopo il referendum ci sarà la partita vera dei decreti attuativi

di Biagio Marzo.

Resto basito quando sento dire, da parte di chi voterà, che il “caso giudiziario” non c’entri nulla. È una menzogna bella e buona. Magistrati giudicanti e inquirenti hanno spesso esercitato il loro potere anche come leva di carriera, pur uscendo lindi e pinti dalle commissioni disciplinari del Csm. Ci troviamo dentro una realtà in cui canis canem non est — il cane non morde il cane — e, proprio per questo, ben venga l’Alta Corte disciplinare, il cui compito è garantire maggiore trasparenza sugli errori compiuti dai magistrati ai danni dell’indagato, o su comportamenti di natura disciplinare. Errori che, troppo spesso, non hanno impedito carriere fino alle pensioni con incarichi apicali. “Tutto bene, madama la marchesa” per loro; non certo per Enzo Tortora, le cui sofferenze lo portarono a una morte prematura. Di Tortora resta una storia infamante, costruita ad hoc da un combinato disposto di pentiti e dal circo mediatico-giudiziario. Perché fu accusato? Alcuni pregiudicati divenuti collaboratori — tra cui Giovanni Melluso, Giovanni Pandico e Pasquale Barra — al fine di ottenere benefici e sconti di pena, indicarono Tortora come responsabile di traffici di droga per conto della camorra nel mondo dello spettacolo. Accuse rivelatesi false, ma devastanti. Il referendum consultivo è importante perché completa, con la separazione delle carriere, il Codice di procedura penale, sancendo il passaggio dal modello inquisitorio a quello accusatorio: il pubblico ministero fa l’investigatore, il giudice l’arbitro, l’avvocato la difesa. Con la separazione, il Gip tornerà ad assumere il ruolo che gli compete, non più ancillare. Non c’è alcun “Zorro vendicatore” della politica contro i pubblici ministeri: chi lo sostiene sbaglia di grosso o, più semplicemente, è in malafede.

Detto questo, si può affermare che, con l’eventuale vittoria del Sì, la riforma della giustizia sia definitivamente approdata in porto? Magari. C’è un passaggio di cui pochi parlano e sul quale la politica dovrà vigilare con particolare attenzione. Perché? Perché il baricentro non sarà più solo il Parlamento: il gioco si sposterà a Via Arenula. Il rischio è che i magistrati in servizio presso il Ministero della Giustizia possano avere un ruolo decisivo nella scrittura dei decreti attuativi, piegandoli a una logica corporativa. Dietrologia? No: esperienza. Non ripetiamo l’errore del referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei magistrati: grande vittoria popolare, seguita da un esito pratico deludente. Furia francese, ritirata spagnola. La riforma non si difende solo vincendo un referendum: si difende rendendola operativa, coerente e impermeabile alle rendite di posizione. Altrimenti, a pagare il prezzo saranno ancora una volta i cittadini, non gli apparati.

(nella foto il ministro della Giiustizia Carlo B

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