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Ginevra crocevia del mondo, l’ombra di Donald su Iran e Ucraina

Ariel Piccini Warschauer.

C’è un raggio di sole gelido che taglia la superficie del lago Lemano, ma il calore, oggi, è tutto concentrato nei pochi chilometri che separano l’InterContinental Hotel dalla sede diplomatica dell’Oman. Ginevra è tornata a essere il battito del cuore della diplomazia globale, trasformata nell’avamposto europeo della dottrina Trump. Qui, tra corridoi blindati e sguardi sfuggenti, si gioca il destino di due conflitti che stanno ridisegnando gli equilibri del secolo.

Da una parte l’Ucraina, dissanguata da quattro anni di guerra; dall’altra l’Iran, sospeso sul filo del rasoio nucleare. A gestire entrambi i dossier c’è il duo di fiducia del tycoon: Steve Witkoff e Jared Kushner. Non sono diplomatici di carriera, ma negoziatori di “deal”. E il messaggio che portano da Washington è privo di fronzoli: è tempo di chiudere.

Il pressing su Kiev: “Sedersi al tavolo subito”

Mentre l’Air Force One virava verso la Florida, Donald Trump ha tracciato la rotta con la sua consueta schiettezza: “È meglio che l’Ucraina si sieda al tavolo delle trattative al più presto. È tutto quello che dico”. Una frase che a Kiev suona come un ultimatum, mentre a Mosca viene letta come un’apertura.

I colloqui trilaterali che si aprono oggi nel pomeriggioall’hotel InterContinental vedono seduti, per la prima volta in questo formato su suolo svizzero, il russo Vladimir Medinsky e l’ucraino Rustem Umerov. La distanza resta siderale: il Cremlino esige l’annessione dell’intero Donbass, Kiev risponde ipotizzando zone di libero scambio ma senza cedere un centimetro di sovranità. Eppure, il fatto stesso che Mosca abbia accettato Ginevra — dopo averla bollata per mesi come “paese ostile” — è il segno che la mediazione sotterranea del consigliere federale Ignazio Cassis e il peso politico degli inviati di Trump hanno scardinato il muro dell’intransigenza.

Il canale dell’Oman e il nodo nucleare

Se il pomeriggio è dedicato ai campi di battaglia dell’Est, la mattina è stata il turno del Golfo Persico. In un edificio discreto affacciato sul lago, Witkoff e Kushner hanno incontrato indirettamente la delegazione di Teheran, guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi.

Qui il mediatore è l’Oman, il tradizionale “ponte” del deserto che permette a nemici storici di parlarsi senza guardarsi negli occhi. Sul tavolo non c’è solo il ritorno a un accordo nucleare che limiti l’arricchimento dell’uranio, ma una visione più ampia: Trump vuole garanzie sui programmi missilistici, offrendo in cambio un allentamento delle sanzioni che stanno strangolando l’economia iraniana.

L’interconnessione dei fronti

Perché trattare Ucraina e Iran nello stesso luogo e nelle stesse ore? La logistica — appena 4,5 chilometri tra un incontro e l’altro — è solo la superficie. La realtà è geopolitica: Washington sa che i droni iraniani volano sui cieli ucraini e che la tecnologia russa alimenta le ambizioni di Teheran. Gestire i due fronti come vasi comunicanti permette agli Stati Uniti di offrire pacchetti di scambio complessi, dove una concessione a Est può sbloccare un vicolo cieco in Medio Oriente.

Ginevra, con la sua presidenza dell’Osce per il 2026, osserva. La Svizzera ha recuperato in un colpo solo la centralità perduta, offrendo quella neutralità logistica che nemmeno gli Emirati, sede dei precedenti round, potevano garantire con lo stesso peso storico.

La diplomazia dei “deal” è iniziata. Resta da capire se la fretta di Trump di “salvare vite” e chiudere le partite aperte porterà a una pace duratura o a una tregua armata dettata dalla necessità.

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