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Gaza, l’Italia entra nel Board of Peace ma solo come osservatore

Ariel Piccini Warschauer.

Alla fine, l’Italia sceglie la via del pragmatismo diplomatico, ma con un piede fuori dalla porta. Nella corsa a Washington per la prima riunione del Board of Peace, l’organismo voluto da Donald Trump per ridisegnare il futuro della Striscia di Gaza, il governo Meloni decide di esserci, ma con il profilo basso dell’osservatore. Una mossa che il ministro degli Esteri, Antonio Tajani (nella fo, ha blindato ieri alla Camera definendola una “soluzione equilibrata e rispettosa dei vincoli costituzionali”, ma che non ha risparmiato al governo le critiche feroci delle opposizioni.

Il rebus di Washington

Il dilemma che ha agitato Palazzo Chigi per giorni era chiaro: come assecondare l’alleato americano senza restare schiacciati in un organismo che vede assenti i grandi partner europei come Francia, Germania e Spagna? La risposta è stata il compromesso dell’osservatore, la stessa formula adottata dalla Commissione Ue. Per Tajani, restare ai margini sarebbe stato un suicidio politico: «L’assenza dell’Italia a un tavolo in cui si discute di pace e stabilità nel Mediterraneo sarebbe non solo politicamente incomprensibile, ma contraria all’interesse nazionale».

Eppure, il Board presieduto dagli Stati Uniti appare a molti come una scommessa al buio. Se da un lato figurano Israele, Arabia Saudita ed Egitto, dall’altro la lista dei partecipanti (che include nazioni come Bielorussia e Vietnam) solleva più di un dubbio sulla reale coesione di un fronte che dovrebbe gestire la ricostruzione e la sicurezza di Gaza.

Lo scontro in Aula

In Aula, il clima si è surriscaldato rapidamente. La risoluzione di maggioranza è passata con 183 sì, ma il “no” delle opposizioni (122 voti) è stato compatto. Per il centrosinistra, la partecipazione al Board rischia di essere un avallo silenzioso a una gestione del dopoguerra che ignora i parametri Onu. Tajani ha provato a rassicurare: «L’Italia condanna ogni tentativo di annessione della Cisgiordania», ha scandito, ribadendo che l’unica bussola resta la soluzione dei “due popoli, due Stati”.

I dubbi del Vaticano

Ma il fronte dei critici si estende oltre i confini del Parlamento. Anche il Vaticano ha espresso forti perplessità: il cardinale Pietro Parolin ha confermato che la Santa Sede non parteciperà al Board, citando la necessità di “mantenere una neutralità che consenta di mediare davvero”. Una distanza, quella oltretevere, che pesa come un macigno sulla scelta del governo, storicamente attento ai segnali che arrivano dalla diplomazia della Croce.

Il piano “Food for Gaza”

Per rivendicare la centralità italiana, Tajani ha rilanciato il modello “Food for Gaza”, l’iniziativa umanitaria coordinata con Fao e Pam che ha ricevuto il plauso del G7. L’idea è che l’Italia possa essere il braccio operativo della ricostruzione, mettendo in campo l’esperienza dei Carabinieri per l’addestramento della polizia locale e la logistica degli aiuti, anche se restano forti dubbi su quali milizie addestrare che non siano colluse con gruppi terroristici legati a Hamas o alla Jihad islamica. 

Resta poi il nodo tutto politico: in un Board a trazione trumpiana, quanto spazio resterà per la mediazione europea? Per ora l’Italia osserva. Giovedì, a Washington, si capirà se quel posto in seconda fila sarà sufficiente per contare davvero o se si tratterà solo di un atto di presenza in un teatro già scritto.

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