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Gaza, il board di Trump in campo per il dopoguerra

di Ariel Piccini Warschauer.

Donald Trump cala la carta dei “pesi massimi” per ridisegnare il futuro della Striscia di Gaza. La Casa Bianca ha ufficializzato la nascita del Board of Peace (Consiglio per la Pace), l’organismo di vertice che avrà il compito di supervisionare la transizione e la ricostruzione dell’enclave palestinese. I nomi scelti dal tycoon delineano una strategia che mescola diplomazia vecchio stile, falchi repubblicani e alta finanza: spiccano il Segretario di Stato Marco Rubio e, a sorpresa, l’ex inquilino di Downing Street, Sir Tony Blair.

Una regia a trazione americana

Il Consiglio, presieduto personalmente da Trump, agirà come una sorta di “protettorato economico e politico”. Accanto a Rubio e Blair, siederanno i fedelissimi della prima ora: il genero del presidente, Jared Kushner, e l’inviato speciale Steve Witkoff. La componente finanziaria, pilastro del piano Trump per la “nuova Gaza”, è rappresentata dal numero uno della Banca Mondiale, Ajay Banga, e da Marc Rowan, fondatore del colosso Apollo Global Management.

L’obiettivo è ambizioso: gestire i miliardi della ricostruzione e stabilizzare un territorio devastato da oltre due anni di guerra contro i terroristi di Hamas. “È il board più prestigioso mai riunito”, ha dichiarato Trump, presentando l’iniziativa come il cuore del suo piano in 20 punti per il Medio Oriente.

Il ritorno di Blair: l’ombra dell’Iraq e l’esperienza del 1998

La nomina di Tony Blair ha già innescato il dibattito politico a Londra. Se da un lato il governo laburista, per bocca del ministro Streeting, ammette che il ruolo di Blair nella guerra in Iraq del 2003 “farà alzare più di un sopracciglio”, dall’altro si punta sulle sue capacità di mediatore. Blair non è nuovo alla regione: per anni è stato inviato del Quartetto per il Medio Oriente e, soprattutto, è l’uomo che ha siglato l’accordo del Venerdì Santo in Irlanda del Nord. La sua missione sarà chiara: trasformare le macerie in un’opportunità di sviluppo economico.

Il braccio operativo: l’NCAG e la sicurezza

Sul terreno, la gestione quotidiana non sarà affidata a Hamas né direttamente agli israeliani, ma a un comitato tecnico palestinese: il National Committee for the Administration of Gaza (NCAG). Al vertice ci sarà Ali Shaath, figura di spicco dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp).

Per garantire che l’ordine sia mantenuto, il piano prevede il dispiegamento di una Forza di Stabilizzazione Internazionale (ISF), guidata dal generale statunitense Jasper Jeffers. Il suo compito sarà quello di addestrare una nuova polizia palestinese “filtrata” dai servizi di sicurezza e garantire un ambiente “terror-free”.

L’incognita della Fase 2: smilitarizzazione o caos?

Mentre la Fase 1 (cessate il fuoco e scambio di prigionieri) è formalmente in corso da ottobre, la Fase 2 annunciata da Witkoff alza l’asticella: prevede il disarmo totale di Hamas e degli altri gruppi radicali. “Il mancato rispetto degli obblighi porterà conseguenze gravissime”, ha avvertito l’inviato USA.

Tuttavia, i numeri raccontano una realtà meno rosea dei comunicati della Casa Bianca. Dalla firma della tregua, si contano già 450 morti palestinesi e la perdita di tre soldati israeliani in violazioni reciproche. Con oltre 71.000 vittime totali dal 7 ottobre 2023 e una crisi umanitaria senza precedenti, il Board di Trump si trova davanti a una sfida che molti diplomatici definiscono “impossibile”: ricostruire un’identità politica in una terra dove le armi non hanno ancora smesso di sparare.

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