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Gaza, il bivio di Hamas: elezioni segrete per il nuovo leader mentre Trump lancia il Board of Peace

Ariel Piccini Warschauer.

Il futuro di Gaza si gioca su due tavoli paralleli, separati da un oceano e da visioni del mondo inconciliabili. Da una parte i marmi di Washington, dove il presidente Donald Trump ha inaugurato il suo “Board of Peace”; dall’altra i tunnel e le macerie della Striscia, dove Hamas sta scegliendo, nel segreto più assoluto, l’uomo che dovrà guidare il movimento fuori dal baratro.

La risposta di Hamas: «Prima la fine dell’aggressione»

La reazione dell’organizzazione islamica ai lavori di Washington non si è fatta attendere. In una nota diffusa nella notte, Hamas ha gelato gli entusiasmi della Casa Bianca: «Qualsiasi processo politico o accordo riguardante la Striscia di Gaza deve iniziare con la cessazione totale dell’aggressione e la revoca del blocco». Per il movimento, non può esserci discussione sulla governance del dopoguerra senza garanzie sul «diritto all’autodeterminazione».

È un segnale chiaro: Hamas non intende farsi da parte né accettare passivamente i piani di stabilizzazione internazionale che prevedono la sua marginalizzazione.

Il Board of Peace: miliardi e truppe multinazionali

A Washington, il clima è opposto. Trump ha riunito quello che definisce un “consiglio d’amministrazione globale” per Gaza. I numeri messi sul tavolo sono imponenti: Promesse di finanziamenti per 17 miliardi di dollari (di cui 10 provenienti dagli USA, sebbene il Congresso debba ancora dare il via libera). Una forza multinazionale di 20.000 soldati e 12,000 poliziotti, con contributi già annunciati da Indonesia, Marocco, Albania, Kosovo e Kazakistan. Il piano prevede che la gestione civile passi nelle mani del NCAG (Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza), un corpo di tecnocrati palestinesi supervisionato da Israele e dagli Stati Uniti.

Elezioni all’ombra del conflitto

Mentre il Board discute di ricostruzione e campi da calcio (presente anche il vertice della FIFA), Hamas si riorganizza internamente. Secondo fonti della BBC, il gruppo sta tenendo elezioni per un leader ad interim che rimarrà in carica per un anno.

Le votazioni si starebbero svolgendo in condizioni di estrema segretezza tra Gaza, la Cisgiordania e i membri all’estero. L’esito di questo scrutinio sarà il vero termometro della direzione che prenderà il movimento: la scelta di un profilo più pragmatico potrebbe aprire spiragli per i mediatori (Qatar e Turchia in testa), mentre un arroccamento sulla linea dura renderebbe il piano di Trump un esercizio puramente teorico.

Il ruolo dell’Italia

In questo scacchiere, l’Italia mantiene una posizione cauta. Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, presente a Washington, ha confermato che Roma parteciperà al Board come osservatore. Una scelta che riflette la volontà del governo Meloni di non restare esclusi dai processi decisionali, pur mantenendo i piedi saldi nel perimetro della legalità internazionale e della Costituzione, nonostante le critiche delle opposizioni interne.

Il destino di Gaza rimane appeso a un filo: tra la “pace aziendale” proposta da Jared Kushner e la resistenza armata che cerca una nuova testa politica sotto le bombe

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Barretta e Leone, in piazza del Campo

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