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Galit tra Roma e Tel Aviv: “La mia vita in un grattacielo tra i boati e la tortura del sonno”

Ariel Piccini Warschauer.

Non è solo la cronaca di un’esplosione, ma quella di un logoramento lento, chirurgico. In Israele la guerra non ha orari: entra di notte, nelle abitazioni, nelle camere da letto, stravolge il ritmo biologico, trasforma il riposo in una negoziazione continua con l’allerta e la sopravvivenza. Galit lavora nel settore immobiliare e vive al confine con Tel Aviv, in quella fascia urbana in cui il confine tra casa e ufficio è segnato dal suono delle sirene. Nata qui ma cresciuta a Roma, possiede quel doppio sguardo che le permette di misurare l’abisso tra la normalità europea e la realtà del fronte in guerra dal 7 Ottobre 2023. 

Galit, lei conosce bene la differenza tra vivere in Italia e vivere qui in Israele. Come descriverebbe questa fase della guerra a chi la guarda da lontano?

“La differenza è totale, specialmente in questi giorni. A Roma la vita scorre con i ritmi di una città europea; qui, la notte è diventata una sfida psicologica. I nostri nemici giocano con le nostre teste, sanno che l’incertezza è un’arma psicologica devastante. Ti sdrai, provi a chiudere gli occhi, ma resti in attesa. È una tortura del sonno. Poi senti il boato: i missili che cadono su Tel Aviv o le esplosioni che scuotono Ramat Gan non sono solo rumori, sono vibrazioni che ti entrano nelle ossa. Eppure, alle sette del mattino, devi alzarti e andare in ufficio. In Israele la vita è uno sforzo collettivo, un combattere quotidiano per difendere la propria normalità e la stabilità di una Nazione.”

Il suo lavoro si svolge in un grattacielo di 58 piani. Come si concilia l’attività professionale con una minaccia che arriva dal cielo?

“La logistica della sicurezza è ormai parte del mio ‘manuale’ lavorativo. In un grattacielo di quelle dimensioni, abbiamo un rifugio (mamad) a ogni singolo piano. È un’organizzazione impeccabile, ma lo stress comunque resta. A casa, invece, la situazione è più complessa: abito al terzo piano e il rifugio condominiale è al piano -1. Quando suona la sirena, l’ascensore diventa una trappola, è vietato usarlo. Devi correre giù per le scale nel buio o sotto la luce di emergenza, sperando che i secondi siano sufficienti prima dell’impatto fatale. È questa frammentazione – tra una telefonata di lavoro e la corsa nel bunker – che scandisce le nostre giornate.”

Negli ultimi mesi la minaccia iraniana è diventata più diretta. È cambiato qualcosa nel vostro modo di percepire il pericolo?

“Per anni l’Iran è stato un’ombra distante, una minaccia ipotetica. Ma da quest’estate il paradigma è cambiato. Gli attacchi su larga scala e i detriti caduti nelle zone urbane, come a Ramat Gan, hanno reso tutto molto reale. Eppure, Israele ha dimostrato che quella forza era in gran parte psicologica. Abbiamo capito che possiamo reagire, che non siamo impotenti di fronte ai missili balistici. La paura c’è, ma è accompagnata da una nuova consapevolezza della nostra forza.”

La tecnologia vi aiuta a gestire questo stato di allerta perenne?

“Sì, il sistema di avviso è diventato molto sofisticato. Riceviamo un segnale specifico direttamente sui cellulari: una luce e un avviso visivo che ci avvertono di iniziare ad avvicinarci alla zona protetta. Di solito, dopo questo pre-allarme, la sirena vera e propria suona entro pochi minuti. Questo margine di manovra è vitale, specialmente quando ti trovi in un edificio alto o devi scendere diversi piani, ma ti costringe a vivere con un occhio costantemente incollato allo schermo di un telefono.”

Dopo quindici giorni di allarmi e notti interrotte, cosa resta la mattina quando entra in ufficio?

“Resta una grande stanchezza, ma anche una determinazione feroce. Non è solo lo stress di proteggere la propria vita o quella dei tuoi cari  ogni poche ore; è la volontà di non darla vinta a chi vuole paralizzarci. Vedere i colleghi ai loro posti, nonostante i missili della notte prima a Tel Aviv, è la nostra forma di resistenza. Ci svuota, ci logora, ma siamo ancora qui. Il nostro lavoro, la nostra presenza in quegli uffici al 50esimo piano, è la risposta più forte che possiamo dare.”

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