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Esoterico Carnevale, appunti su una festa millenaria

Antonio Emanuele Piedimonte.

«Vidi sbucare dal fondo e correre velocissimi tre fantasmi vestiti di bianco. Venivano a grandi salti, e urlavano come animali inferociti…», scrive Carlo Levi nel raccontare il Carnevale di Aliano, una suggestione letteraria come viatico per introdurre questa breve nota dedicata al tempo del “passaggio” e alla festivitàpiù rivoluzionaria di tutte. 

Febbraio da februarius, ovvero il momento delle purificazioni (februare) personali e collettive, rituali ricondotti alle cerimonie per il dio etrusco Februus (per Varrone era il sabino Februm) e per la dea romana Febris, dunque il tempo delle lustrazioni (lustratiolustrum), gli antichissimi rituali che si praticavano recitando formule magiche e usando il fumo e l’acqua sacra (rami di lauro o di olivo come aspergillum). 

Il dies februatus era anche il giorno clou dei Lupercalia – la grande festa romana che cadeva a metà febbraio e che secondo Dionigi di Alicarnasso e Plutarco era ispirata a un remoto rito arcade –, quando l’ordine umano era interrotto dall’arrivo degli spiriti che facevano irrompere quel caos primordiale insieme con colui che diventerà il Pan romano: Fauno (Faunus Lupercus ohircus-Faunus). Il 15 febbraio il sangue degli animali sacrificati veniva messo sulla fronte dei giovani luperci che poi correvano seminudi per la città e con strisce di pelli delle bestie uccisefrustavano tutti quelli che incontravano e specialmente le donne (era considerato benefico per la fecondità). Festa singolare e inquietante, fu una delle ultime ad essere cancellata dal cristianesimo, esattamente nell’anno 495, e secondo alcuni sostituita dalla Festa della Purificazione di Maria (chiamata pure “Candelora” perché vi aveva luogo la distribuzione di candele “protettive”, poi spostata al 2 febbraio). 

Per i Romani il mese di febbraio era la fine dell’anno religioso, la chiusura di un ciclo, la morte invernale lasciava aperta la strada alla rinascita primaverile, da qui la necessità di purificazioni e rotture traumatiche. Quelle violente “cesure” sopravviveranno nelle usanze del folclore, come ci ricordano i cosiddetti “funeralidel Carnevale” che hanno il loro spettacolare apice nella distruzione del fantoccio chiamato “re carnevale”, scenaimmortalata già dagli antropologi degli anni Settanta, come nel caso del famoso Carnevale di Montemarano (in Irpinia), dove il simulacro veniva addirittura fatto esplodere. Momento topico che chiudeva il caotico susseguirsi di balli, travestimenti, scherzi, scorpacciate, musica, trasgressioni e altri colorati eccessi molto simili a quelli che avevano luogo duemila e passa anni prima nel corso delle antiche Dionisie (o Antesterie) dell’antica Grecia o degli ugualmente movimentati Saturnalia romani. Perché come ebbe a scrivere Mircea Eliade: «Ogni Nuovo Anno è una ripresa del tempo al suo inizio, cioè una ripetizione della cosmogonia. I combattimenti rituali fra due gruppi di figuranti, la presenza dei morti, i saturnali e le orge, sono elementi che denotano che alla fine dell’anno e nell’attesa del Nuovo Anno si ripetono i momenti mitici del passaggio dal Caos alla Cosmogonia».     

ISIDIS NAVIGIUM

Molti credono che il nome della festa derivi dall’espressione “carnem levare”, cioè “togliere la carne”, con chiaro riferimento alla successiva Quaresima, ma questa chiave di letturaevidentemente legata alla religione cristiana e attestata solo in epoca medievale (ben rappresentata dall’opera di Pieter Bruegel il Vecchio “Lotta tra il Carnevale e la Quaresima”) è stata messa in discussione già nei secoli passati. Nell’Ottocento, ad esempio, il tedesco Karl Joseph Simrock ripropose un’altra spiegazione: il termine deriverebbe da “car(rusnavalis”, carro navale, quello usato nella grande festa che in tutto l’impero romano si teneva il 5marzo in onore di Iside: l’Isidis navigium. Tranne nei luoghi di mare o nelle città con fiumi o canali come Parigi o Milano, dove si facevano galleggiare delle vere imbarcazioni celebrative, la nave isiaca aveva le ruote e, proprio come un carro carnevalesco dei nostri giorni, veniva abbellita e colorata con fiori, drappi e altri manufatti allegorici, il più grande di quali raffigurava la dea. Nel primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera, l’”imbarcazione”guidava le lunghe processioni – una simbolica rievocazione del recupero del corpo smembrato del suo sposo e fratello Osiride e la sua rinascita – che erano accompagnate da una grande folla di donne e uomini. Un corteo di cui abbiamo una preziosatestimonianza grazie allo scrittore romano Apuleio (un iniziato ai misteri isiaci): «Cominciò a sfilare la solenne processione. La aprivano alcuni riccamente travestiti secondo il voto fatto: c’era uno vestito da soldato con tanto di cinturone un altro da cacciatore (…) un terzo, mollemente ancheggiando, tutto in ghingheri, faceva la donna: stivaletti dorati, vestito di seta, parrucca…». 

E più oltre: «Donne bellissime nelle loro bianche vesti, festosamente agghindate, adorne di ghirlande primaverili spargevano lungo la strada per la quale passava il corteo i piccoli fiori che recavano in grembo, altre avevano dietro le spalle specchi lucenti per mostrare alla dea che avanzava tutto quel consenso di popolo (…) altre, infine, versavano, a goccia a goccia, lungo la strada, balsami deliziosi e vari profumiSeguivano uomini e donne in gran numero che con lucerne, fiaccole, ceri e ogni altra cosa che potesse far luce, invocavano il favore della madre dei cieli» (“Metamorfosi”). 

Sui punti di contatto con alcune cerimonie religiose dei nostri giorni – dalla festa di sant’Agata a Catania alla processione delle “Cente” nel Cilento passando per tante feste dedicate in tutta Europa alla “Stella Maris” (o Vergine dei naviganti) – si è già scritto, ma in tema di carri e feste movimentate c’è qualcosa di meno conosciuto e molto più remoto.

IL “CAR NAVAL BABILONESE

Nel 1909, nel corso di una conferenza a Vienna, il filosofo e teologo Florens Christian Rang ricostruì la genealogia della festa carnevalesca: «Per andare a scovare l’origine di questa che tra tutte le feste è la più strana, dobbiamo lasciarci guidare dagli orientalisti verso la Caldea, nella terra madre della nostra religione». Pubblicato postumo nel 1928, lo studio “Historische Psychologie des Karnevals” prende le mosse da quella che per l’illustre studioso tedesco è la collocazione originale della festa: la religione cosmico-astrale mesopotamica, luogo sacro rituale necessario a mettere in connessione il tempo degli dèi e quello degli uomini. La prima indicazione giunge da un’epigrafe babilonese che risale al Terzo millennio avanti Cristo, un testo relativo al sovrano sumero Gudea di Lagash e a una festa particolare, durante la quale «le schiave indossano le vesti delle padrone, i signori servono i loro servitori (…) il potente sta in basso come l’uomo comune». Insomma, per lo studioso – che in quello che chiama “tempo dell’intercalare” riunisce sia le Dodici Notti dei Magi sia le “twelve nights” del Tempo dei buffoni – il Carnevale è dunque il “car naval”, il carro navale che dalle acque del regno infero conduce verso la “fortezza dello Zodiaco”, sino alsuo Zenith.

Infine è il caso di ricordare che a febbraio (antesterione) aveva luogo il più famoso dei riti religiosi segreti dell’antica Grecia: i Misteri minori eleusini (i grandi Misteri invece si tenevano in autunno), un rituale caratterizzato da suoni, musiche e danze finalizzati ad avvicinare a quella trance estatica che insieme alla catabasi (descensus ad inferos), era parte essenziale del processo di rivelazione e del rituale di iniziazione. 

In attesa della morte del Carnevale di cui si occupò anche James George Frazer – una scadenza che per i più arriva con il “Martedì grasso” ma altri spostano sino alla domenica dopo le Ceneri – tornano in mente le parole di un grande studioso del Novecento, Alfredo Cattabiani, che giustamente riteneva «riduttive e fuorvianti» le interpretazioni che considerano il Carnevale come una banale «valvola di sfogo degli istinti repressi». Spiegando: «Il dies festus, il giorno di festa, era dedicato agli dèi (…) Testimoniava una cesura del tempo lineare, un ritorno del tempo mitico: memoriale che ri-attualizzava un’epifania sacra». Esebbene il Carnevale odierno sia una «contraffazione edulcorata di quello autentico», non si può non tener presente che «la psiche, che avverte pur oscuramente la presenza di archetipi non estirpabili, non riesce ad adattarsi alla concezione strumentale del tempo…» (“Calendario”). Costretta a rifugiarsi nel mondo dell’immaginale, là dove «intatto scorre, indifferente al formicolio di lampyrides nel corpo dell’anno, il tempo nel suo ciclico fluire».

Esoterico Carnevale, appunti su una festa millenaria

Monia non sai in che nassa ti

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