”Epic Fury” e il marketing della guerra
Ariel Piccini Warschauer.
Le guerre moderne non si combattono solo con i droni, i missili ipersonici o le incursioni terra-aria. Si combattono, prima di tutto, nel perimetro semantico e linguistico delle parole. Lo sanno bene al Pentagono, lo sanno a Gerusalemme e lo sanno, con una sfumatura più millenaristica, anche a Teheran. L’ultima crisi mediorientale ci ha consegnato un lessico bellicista che è molto più di una classificazione tecnica: è un’arma di persuasione di massa, un «brand» studiato per occupare lo spazio mediatico e piegare l’opinione pubblica.
Dal segreto al palcoscenico
L’usanza di battezzare le operazioni affonda le radici nella Prima guerra mondiale, per mano tedesca. Ma è con la Seconda guerra mondiale che il nome diventa destino. Se la Germania nazista peccò di troppa trasparenza con l’operazione «Leone Marino» — svelando ingenuamente ai britannici che l’attacco sarebbe arrivato via mare — Winston Churchill impose una regola ferrea: i nomi non dovevano mai suonare arroganti, vanagloriosi o, peggio, ridicoli.
Oggi quella discrezione britannica è un ricordo assai sbiadito. Gli Stati Uniti, con «Epic Fury», hanno scelto di abbandonare i nomi neutri del passato per puntare sulla “potenza assoluta”. Come spiega Mark Cancian del CSIS di Washington, si tratta di un nome insolito per la sua audacia. Se un tempo si cercava di non urtare la sensibilità dei civili, oggi il nome deve essere un mantra: facilmente ripetibile nei tweet, nei sottopancia dei telegiornali e nelle clip social. È il “primo proiettile da sparare”, capace di galvanizzare le proprie truppe e, contemporaneamente, intimidire e deprimere il nemico.
Il ruggito di Davide e la promessa di Teheran
Israele ha risposto con il «Ruggito del Leone» (Roar of the Lion). Qui la scelta scava nel profondo dell’immaginario biblico e nazionale ebraico. Il leone non è solo forza, è protezione, è la “lotta esistenziale” di un popolo che Benjamin Netanyahu presenta come un atto preventivo e mai come un’aggressione gratuita. Ma è anche il leone di Davide, della casata del Messia. Ed è anche la narrazione di chi si difende ruggendo per non essere sbranato.
Dall’altra parte della barricata, la Repubblica Islamica gioca una partita speculare ma diversa. La risposta di Teheran, battezzata «True Promise 4», non punta sull’aggressività animale, ma sulla sacralità dell’impegno. La “Vera Promessa” richiama una retorica politico-religiosa: l’onore di chi mantiene la parola data di fronte all’aggressore. E quel numero, il “4”, trasforma la guerra in una macabra serie a episodi, suggerendo che l’Iran sia un attore metodico, pronto a una resistenza di lunghissima durata.
La trappola delle parole
Non sempre, però, il marketing bellico funziona. La storia recente ricorda come «Enduring Freedom» (Libertà Duratura) si sia prestata a interpretazioni feroci: quel verbo, endure, oltre che “durare” significa anche “sopportare”. E per molti, quella libertà è diventata presto qualcosa di mal sopportato dai beneficiari stessi.





