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“Eliminate Khamenei”, il piano segreto dei Sauditi per abbattere il regime iraniano

Ariel Piccini Warschauer.

La diplomazia dei corridoi è finita. Tra le oasi di Riad e i palazzi del potere israeliano a Tel Aviv circola ormai un’unica, drastica parola d’ordine: regime change. Non bastano più i raid chirurgici, non servono più i cacciabombardieri che colpiscono le centrali nucleari. Per disinnescare la bomba a orologeria iraniana, bisogna tagliare la testa al serpente.

A rompere il silenzio è una fonte della famiglia reale saudita che, parlando a N12, canale di informazione israeliano lancia un monito che sa di ultimatum: «La soluzione per l’Iran è il cambiamento del sistema, a partire dalla cacciata della Guida Suprema Khamenei».

La tesi saudita è spietata nella sua logica militare: il regime di Teheran e i suoi vertici «devono essere eliminati uno per uno». Non si parla di una transizione democratica vellutata, ma di un’operazione di pulizia dei quadri di comando. L’obiettivo? Evitare il “modello Iraq”, ovvero quel vuoto di potere colmato da governi tecnocratici deboli che finiscono per diventare ostaggio delle milizie sciite. Riad vuole un governo forte, capace di tenere le redini di un Paese che per decenni ha esportato il terrore in tutto il mondo tramite i suoi proxy.

L’atto d’accusa a Trump e all’Occidente

Ma l’analisi della fonte reale è anche un duro schiaffo alla strategia occidentale degli ultimi anni. Donald Trump viene accusato di un “errore strategico” imperdonabile: aver illuso i manifestanti iraniani senza poi proteggerli militarmente. «Trump ha perso la fiducia delle piazze quando non ha eliminato i macellai dell’apparato di sicurezza che sparavano sui civili», attacca la fonte.

L’Occidente e Israele avrebbero fallito nel comprendere la dinamica sociale interna all’Iran, non riuscendo a costruire un’alternativa credibile. E qui arriva il gelo per l’opposizione in esilio: Reza Pahlavi, il figlio dello Scià, non sarebbe visto di buon occhio dalla popolazione interna. La soluzione, dunque, passa per la forza: colpire le infrastrutture vitali e i generali che hanno le mani sporche di sangue.

La “Banca degli Obiettivi” degli Ayatollah

Mentre i Saud pianificano il dopo-Khamenei, Teheran risponde alzando il tiro della propaganda bellica. Il quotidiano ultra-conservatore Vatan-e-Emrooz ha pubblicato una “target bank”, una lista nera di obiettivi pronti a essere inceneriti in caso di attacco. Non solo basi americane, ma infrastrutture economiche strategiche in tutto il Medio Oriente, con la Giordania indicata come bersaglio prioritario.

La minaccia degli Ayatollah è chiara: una risposta «rapida e coordinata» su più fronti, dai tunnel di Hezbollah alle coste dello Yemen, per colpire le rotte marittime e le riserve petrolifere mondiali.

Ultima chiamata per il nucleare

«Se l’Iran non avrà l’atomica entro cinque anni, la produrrà subito dopo». Il tempo della discussione è scaduto. Per Riad, il regime degli Ayatollah non è solo una minaccia politica, ma un cancro regionale che va rimosso prima che il fungo atomico diventi realtà. La domanda ora non è più “se” ci sarà uno scontro, ma quando gli Stati Uniti di Trump avranno il coraggio di sferrare il primo colpo per abbattere il castello di carte di Teheran supportati dagli alleati del Golfo, sauditi in testa. 

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