Due ebrei picchiati in California perché parlavano ebraico
Ariel Piccini Warschauer.
L’antisemitismo non bussa più alla porta: irrompe con la violenza dei pugni e il veleno dell’ideologia politica. L’ultimo episodio di una cronaca che somiglia sempre più a un bollettino di guerra arriva da San Jose, nel cuore della California progressista, dove due uomini di origine israeliana sono stati brutalmente aggrediti all’esterno di un ristorante. La loro colpa? Parlare tra di loro in ebraico.
L’aggressione è avvenuta davanti al ristorante “Augustine”, nella nota zona di Santana Row. Secondo le ricostruzioni e i filmati girati da alcuni testimoni oculari, le due vittime stavano aspettando di essere fatte accomodare quando sono state circondate da tre individui. Non c’è stata discussione, non c’è stato pretesto: solo la violenza cieca scatenata dal suono di una lingua.
«Mi sono appena girato e hanno iniziato letteralmente a prenderci a pugni», ha raccontato una delle vittime ai media locali, preferendo rimanere anonima per timore di ritorsioni. «Ci hanno assalito in massa. Ho dolori ovunque, non riesco ancora a masticare per il male alla mascella e alla schiena». Uno dei due uomini è stato colpito così duramente da perdere conoscenza e ha dovuto ricorrere a diversi punti di sutura una volta trasportato in ospedale.
Ma è il sottofondo ideologico dell’assalto a rendere l’episodio ancora più inquietante. Oltre agli insulti antisemiti — «F*** gli ebrei», urlato all’inizio del pestaggio — i testimoni hanno riferito una frase che trasforma un atto di bullismo in un messaggio politico transnazionale: «Non scherzate con l’Iran».
Il nesso tra l’odio per Israele, la difesa del regime di Teheran e l’aggressione ai singoli cittadini ebrei nella diaspora è ormai un corto circuito consolidato nelle strade americane ed europee. La polizia di San Jose sta indagando sull’accaduto come un possibile crimine d’odio, mentre le istituzioni locali hanno espresso ferma condanna. Sam Liccardo, rappresentante del distretto e già sindaco della città, è stato categorico: «La violenza che colpisce i membri della nostra comunità ebraica e israeliana è un attacco a tutti noi».
Il caso di San Jose è però lo specchio di una realtà più profonda. Essere ebrei oggi, anche a migliaia di chilometri dal confine mediorientale, significa essere bersagli mobili di una retorica che non distingue più tra politica e identità. Il “crimine” di parlare la propria lingua madre in pubblico è diventato, per i nuovi fanatici, un atto di sfida da punire in nome di regimi teocratici. E mentre le indagini proseguono, resta il dolore di chi, per una cena fuori, si è ritrovato in un letto d’ospedale, colpevole solo di non aver taciuto la propria identità.





