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Dopo l’uccisione del dittatore in Iran entreranno caos o libertà

“Ruhollah Khomeini – scrive Goffredo Buccini sul Corriere della Sera – ebbe di certo un’illuminazione ascendendo al potere: usare i mostazafin, i «senza scarpe» della terra, a maggior gloria di Allah e della sua rivoluzione. «È nostro dovere salvare gli affamati e i bisognosi», dichiarò a un mondo smarrito nel quale, alla fine degli anni Settanta, il comunismo già mostrava la corda. Nella sua Storia dell’Iran, Farian Sabahi spiega che l’ayatollah trasformò lo sciismo, da corrente quietista dell’Islam, «in ideologia politica e teoria terzomondista che sfidava l’imperialismo», cioè le potenze straniere e l’alta borghesia protetta dallo Shah. Un’ibridazione che oggi diremmo populista: versare un po’ di Marx nel Corano. Il grande esule tornato da Parigi sembrò parlare alle coscienze in nome dei diseredati. Ce n’è abbastanza per spiegare molto del passato e del presente della questione iraniana e per capire la cotta che parte del gauchismo occidentale, da Foucault in giù, prese per quel prete islamico nemico della nostra modernità. Molto anche per decifrare i silenzi e i distinguo di fronte alla possibile fine di Ali Khamenei, erede di Khomeini, regista del terrorismo internazionale e repressore del proprio popolo. Siamo sempre lì: il nemico del mio nemico è mio amico. Con la sua impulsività, Donald Trump è una valanga in uno stagno. Ma lo stagno delle opinioni pubbliche occidentali sull’Iran è stato così grande da sembrare una palude.

Un’attivista iraniana esule a Firenze ha contestato un corteo contro i bombardamenti: «Dove eravate quando il regime uccideva migliaia di persone?». La domanda coglie un doppiopesismo evidente. Per decenni l’Occidente ha esitato a condannare un Paese brutale per donne, omosessuali e dissidenti. Nel 2025 le esecuzioni capitali in Iran hanno superato quota duemila. Eppure le Nazioni Unite hanno dedicato al regime poche decine di risoluzioni, arrivando perfino ad affidargli la guida di un forum sui diritti umani. L’operazione di Trump si presta a molte critiche: mancano il supporto del Congresso e una strategia per il dopo. Tuttavia, come osserva Bret Stephens sul New York Times, l’eliminazione di un feroce dittatore potrebbe avere aperto uno spiraglio che nessuno prima aveva osato aprire. Se vi entreranno caos o libertà, è la vera sfida”.

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