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Dopo la cattura di Maduro le Big Oil passano all’offensiva

di Ariel Piccini Warschauer.

Mentre le strade di Caracas sono strette tra lo stato di emergenza e le incertezze di una transizione ancora da decifrare, il mondo dell’energia non aspetta. La cattura di Nicolás Maduro, trasportato stamattina in un tribunale federale di New York con accuse di narcoterrorismo, non ha solo decapitato il vertice del chavismo, ma ha scardinato i lucchetti delle riserve energetiche più grandi del pianeta.

Il colosso britannico Shell è già in movimento per reclamare la sua parte nel “nuovo” Venezuela. Al centro della manovra c’è il giacimento Dragon, un colosso sottomarino da 4 trilioni di piedi cubi di gas naturale che giace indisturbato al confine con Trinidad e Tobago.

Il gasdotto della “Realpolitik”

L’architettura del progetto, definita dagli esperti un “capolavoro di diplomazia industriale”, appare oggi ancora più strategica. Shell non intende risanare le fatiscenti infrastrutture della PDVSA (la compagnia di stato venezuelana), ma punta a isolare il giacimento Dragon collegandolo direttamente alle proprie piattaforme a Trinidad tramite un nuovo gasdotto sottomarino.

L’obiettivo è duplice: 1. Recuperare Asset e sbloccare miliardi di dollari rimasti congelati durante gli anni di sanzioni e malgoverno madurista. 2. Garantire la sicurezza energetica con flussi stabili verso l’Europa e il Nord America in un momento di estrema volatilità geopolitica.

L’Arbitro di Washington e la nuova Dottrina Monroe

Se fino a poche settimane fa l’operazione dipendeva dalle fragili licenze dell’OFAC (Dipartimento del Tesoro USA), oggi la partita è totalmente nelle mani dell’amministrazione Trump. Il Presidente americano, citando apertamente la Dottrina Monroe, ha già promesso che le compagnie petrolifere occidentali “investiranno miliardi per riparare il Paese”.

Il ritorno di Shell in Venezuela è il primo test di questo nuovo ordine. Dopo la cattura di Maduro il pragmatismo economico sta vincendo sulla cautela diplomatica: per Washington, stabilizzare la produzione di gas e petrolio venezuelana è il modo più rapido per abbattere i prezzi globali e infliggere un colpo mortale all’influenza russa e cinese nella regione. Tuttavia, il rischio resta altissimo. Mentre figure dell’opposizione come Edmundo González Urrutia e María Corina Machado preparano una transizione democratica sotto l’egida americana, il Paese resta una polveriera. Le milizie fedeli al vecchio regime e l’incertezza sulla tenuta delle forze armate potrebbero trasformare i giacimenti in bersagli sensibili.

L’azzardo di Shell nel biennio 2026-2027 segna la fine di un’era. Non si tratta più solo di estrarre gas, ma di definire chi controllerà le risorse del Sud America nel dopo-Maduro. Come sottolinea un esperto del Pentagono, “il Venezuela sta tornando a essere il terreno di gioco delle superpotenze, e le multinazionali dell’energia sono le prime a scendere in campo e ad approfittare della situazione che si è creata dopo la caduta del regime di Maduro”.

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