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Dalla nascita della Repubblica di 80 anni fa all’attualità

di Roberto Pizzi.

Già nel discorso pronunciato alla fine  del 2022, celebrando il 150emo anniversario della morte di Giuseppe Mazzini che incarna i valori del Risorgimento nazionale,  il presidente della nostra Repubblica ricordò agli italiani che “unità istituzionale e unità morale sono le due espressioni di quel che ci tiene insieme. Di ciò su cui si fonda la Repubblica”Anche quest’anno, in cui ricorre  l’Ottantesimo anniversario di quel referendum popolare (2 e 3 giugno 1946) che vide l’avvento  della Repubblica dopo più di un ventennio di dittatura, Sergio Mattarella (nella foto) ha voluto esaltare i valori sui cui si fonda il nostro attuale ordinamenti statale, invitando ad essere orgogliosi della nostra Nazione, senza la quale non ci sarebbe che la rovina comune. “La Repubblica siamo noi”, ha detto rivolgendosi in particolare ai giovani , spronandoli a sentirsi “responsabili come la generazione che 80 anni fa costruì l’Italia moderna”.

Cercando di evitare di comparire come il laudator temporis acti (espressione usata daOrazio nella sua Ars poetica),  non posso evitare di sottolineare la drammaticità del momento storico in cui viviamo, appesantito anche dalle immagini drammatiche dell’incendio di CransMontana, in Svizzera, durante la festa di Capodanno nella quale hanno trovato la morte almeno quaranta ragazzi. E con sgomento non posso evitare di pensare alla degenerazione della nostra società occidentale, che non intendo rinnegare, ma che auspico si  ritempri e si consolidi nei suoi valori di libertà e di democrazia e di sobrietà, che hanno garantito decenni di pace e di sviluppo per tutti.

Sono nato nel 1951, a distanza di pochi anni  dalla fine della II Guerra mondiale, ossia in un periodo in cui la miseria nel Paese era enorme, specialmente per la gente  di modesta estrazionenella quale rientrava anche la mia famiglia piccolo borghese. Ricordo una fanciullezza in cui il concetto di Consumismo non esisteva: vestiti rappezzati, cappotti riciclati, scarpe risuolate. Il bagnosi faceva nella tinozza di latta. Le sigarette Nazionali senza filtro, erano vendute anche sciolte, in piccoli pacchetti trasparenti. Più in generale, la fotografia del Paese era questa: il reddito nazionale nel 1945 era ridotto alla metà di quello del 1938. Nel 1946  il Meridione  era percorso da treni che procedevano a passo d’uomo, fra un ponte semidistrutto e un campo minato. L’acqua era venduta a caro prezzo. A sud di Latina era tornata la malaria.  L’Appennino era infestato dal brigantaggio. Poi, grazie agli aiuti internazionali, alla liberalizzazione del commercio con l’estero degli anni Cinquanta, alla volontà ed alla fantasia italiana, in poco più di un decennio l’economia riprendeva,fino al “miracolo economico” degli anni ‘60. Si sarebbe potuto guardare con ragionevole ottimismo al futuro, se al miracolo economico si fosse accompagnato una più attenta gestione delle risorse; se di lì a poco non si fosse iniziato un processo consumistico, in parte necessario, ma che divenne poi incontrollabile e esagerato, non solo per il nostro sistema. Per ovviare a ciò, in Italia, sarebbe statautile una migliore considerazione di un documento politico prodotto in quegli anni: mi riferisco alla “Nota” presentata al parlamento dal Ministro del Bilancio il 22 maggio 1962 (conosciuta come la “nota aggiuntiva” al bilancio dello Stato), che fu redatta da Ugo La Malfa, politico serio e rigoroso. 

Nella relazione si diceva che  la crescita incontrollata di reddito e di consumi, che si verificava in alcune parti del paese,  lasciava scoperta un’ampia serie di bisogni. Si denunciava poi il problema della spesa pubblica, che andava  affrontato distinguendo la spesa corrente da quella in conto capitale (cioè le spese di amministrazione, da contenere, e quelle per gli investimenti, da incrementare). Lo spirito del documento era di mettere in guardia sul fatto che lo sviluppo  non sarebbe continuato a lungo e doveva essere gestito in modo oculato per superare i problemi delle aree depresse. Purtroppo questi avvertimenti furono disattesi. Fu detto che l’Italia faceva le riforme con spirito corporativo (non nell’interesse generale, ma di certi gruppi di potere) e quindi essediventavano controriforme. Cioè, una società che in poco tempo aveva avuto uno sviluppo economico eccezionale, ma squilibrato, con serie contraddizioni, non poteva modellarsi su altre società europee che avevano una ben migliore realtà produttiva. Prima sarebbe stato necessario allargare la base degli investimenti e creare un solido zoccolo che reggesse l’occupazione, poi pensare ai consumi privati. Invece gli sperperi si moltiplicarono a tutti i livelli (evasione fiscale, assunzioni clientelari, posti di lavoro fittizi a carico del bilancio pubblico, record di pensioni di invalidità, eccetera). Con il boom economico, al culmine degli anni ’50, quando si toccò la punta  massima di  sviluppo dell’8% a prezzi stabili, molti politici e con loro le parti sociali, “pigiarono a tavoletta” sulla spesa  pubblica. Così, inflazione e condizione di privilegio degli occupati verso i disoccupati, crescita del deficit che ancora pesa sul nostro bilancio.

Molte categorie professionali guadagnavano assai di più dei livelli europei: nella dirigenza economica, nel giornalismo, in particolare nel mondo della medicina. Era la cosiddetta “giungla dei redditi” che bloccò ogni programmazione per uno sviluppo corretto ed omogeneo. Oggi i nodi sono venuti al pettine e peggiorati da modelli illusori di consumismo esasperato, che indebolisconoancora di più una società sempre più pavida e viziata, alle prese con colossali problemi: prima la pandemia e poi queste guerre che minacciano di sfociare in un terzo conflitto mondiale. Il futuro è preoccupante anche per l’Europa, che è divisa al suo interno, che non ha una politica estera efficace per  fronteggiare lo strapotere economico di Usa e Cina, e che non possiede un esercito perdifendersi da potenziali nemici. 

Le divisioni  interne all’Europa  ci riportano alla mente, mutatis mutandis,  quell’Italia preunitaria formata da vari staterelli fra loro litigiosi,  impotenti verso lo straniero; Italia preda, dal 1500 in poi, di varie invasioni (si coniò allora il detto: Franza o Spagna purchè se magna). Come noi ci illudevamo, allora, di un aiuto straniero per fare il Risorgimento, anche l’Europa si è illusa di poter contare in eterno sullo scudo militare degli Usa per fronteggiare i pericoli dei vari stati canaglia. Ma la musica sembra cambiata, dopo l’elezione del nuovo attuale “indecifrabile” presidente americanoe temo che si renda necessaria – stavolta a livello del nostro continente – una nuova Programmazione Economica ed una Politica dei Redditi per  destinare le risorse comuni allosviluppo del Terzo Mondo, ma anche  per costruire un esercito europeo che ci renda sicuri e indipendenti. Occorre anche chiarire quale futuro vogliamo: quello di una società egoista, preda  di un consumismo sfrenato e  crescente, a scapito degli investimenti produttivi e della giustizia;oppure di una società democratica, equa e liberale che cerca pragmaticamente un’intesa con la natura, poiché non vi sono alternative ad un risanamento del pianeta. La tesi di Rousseau, nel “Contratto Sociale” –  la natura è buona e l’uomo è nato libero, ma dovunque è in catene –  non mi ha mai convinto.  L’uomo è nato vincolato  dalla natura, anzitutto dal messaggio cromosomico, ed ha dovuto lottare contro  gli effetti dei molti doni avvelenati ricevuti dall’indifferente  “Matrigna”.  Fame, carestie, freddo, malattie, epidemie…..;  nel’700, per il proletario di Parigi la vita media era di 30 anni; nell’800 – prima che fossero diffusi i vaccini contro il tifo, il vaiolo,  il colera, prima degli antibiotici –  un’epidemia  o una carestia poteva “costare la vita a 30 milioni di individui”. Ancora nel 1919, la “spagnola” provocò più morti del conflitto mondiale appena chiuso. Insomma è assai probabile che l’idillio naturale non sia mai esistito. E c’è da riconoscere  anche un po’ di merito all’uomo per  avere sottratto qualche scintilla agli dei  e per aver migliorato con ingegno la sua esistenza. Occorre però schierarsi contro le esagerazioni: ossia contro il consumismo esagerato, riscoprendo  i concetti di “limite” e di redistribuzione in un’ottica di sviluppo ragionato e sostenibile. Gli alti consumi come “status symbol”, come segno di distinzione e superiorità sociale, e infine il cosiddetto “consumismo” di massa hanno occupato da tempo i sociologi.

Se i cittadini “consumatori” non comprano e non consumano, ecco che l’economia e la produzione ne risentono. Ma merita anche riflettere sulle idee di quel sociologo che fece  del “consumo vistoso” il centro della propria analisi: l’americano Thorstein Veblen, nato nel 1857 nel Wisconsin. Veblen criticava lo stile di vita dei nuovi ricchi  e la loro tendenza a riprodurre nel “nuovo mondo” un’aristocrazia predatoria,  improduttiva, esibizionistica e oziosa, antitetica all’etica puritana del lavoro. Non teorizzando, però, un egoismo immodificabile nell’uomo si poteva anche confidare,   salvo catastrofi, che si accrescesse il numero di chi si accontentava di una società più serena e civile, disponibile ad una ragionevole limitazione del proprio status per consentire anche ai più sfortunati di avere una vita dignitosa. Per ora ci si è limitati, purtroppo, a gruppi ristretti, per i quali il successo non si misura esclusivamente sul denaro (che non deve essere considerato, comunque, “sterco del diavolo”) . Occorre, in conclusione, cercare degli antidoti contro ogni esagerazione e contro ogni dipendenza, senza auspicare penitenze o ritorni alle medievali leggi suntuarie  (che comunque avevano qualche giustificazione al loro tempo: ossia erano un incentivo anche alla sobrietà che non guasta mai). Qualcosa s’impone per far fronte alla decadenza della nostra società, dove sempre  più si gettano via giovani vite, per colpa di una cattiva educazione; dove lo squallido lavorio del Pifferaio magico di turno porta alla perdizione molti ragazzi, con l’alcool, fumo,  droghe,  gioco d’azzardo, o con la schiavitù del web che conduce in mondi virtuali. I danni da queste dipendenze sono enormi: perdita del senso di realtà, sviluppo di sintomi dissociativi, disinteresse verso la scuola, bullismo, violenza giovanile. 

Questo nichilismo assomiglia ad un “lento suicidio”, che non è un atto nobile – se vogliamo – come troviamo nella letteratura, a partire dal canto I del Purgatorio , nelle parole di Virgilio al suicida Catone Uticense “cercatore di libertà”.Eroici suicidi sono narrati anche da Foscolo, da Goethe, dall’Alfieri. Drammatica nella sua attualità, è il suicidio del giovane reporter iraniano Klanus Sanjari (novembre 2024), compiuto per protestare contro la dittatura teocratica di Khamenei. Ecco le sue ultime parole: …moriamo per amore della vita , non della morte. Mi auguro che un giorno gli iraniani si sveglino e superino la schiavitù. Rispetto a tali comportamenti, non da imitare, ma da rispettare per la nobiltà della motivazione, ci assale un senso di sconforto nel vedere appassire le vite di molti giovani . Allora è bene rammentare loro che i ragazzi di una volta se li sognavano i paesi stranieri per le vacanze, o internet, od i telefonini, le feste nelle costose località mondane. Erano molto, ma molto più poveri di quelli di ora. Come lo era l’Italia, che però era un paese dove  non ci si lamentava più di tanto. 

I giovani  hanno anche valide ragioni: la scuola non li forma, ed altro ancora; ma quello che è peggio, la famiglia non li prepara alle difficoltà che incontreranno. I genitori non sanno più dire, come dicevano i nostri padri, che a un certo punto era l’ora di smettere di piagnucolare. Anche perché, in fondo, un po’ di ottimismo è necessario, ma sempre abbinandolo  al senso del Dovere. Ringraziamo, allora, il presidente Mattarella che ci sollecita a ritrovare, virilmente, le energie per affrontare insieme le gravi difficoltà che la storia ci pone davanti.

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