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Dal presidente Mattarella la chiamata alla memoria lunga della Repubblica

di Biagio Marzo.

Come ogni fine anno, il Presidente della Repubblica invia il suo messaggio agli italiani. Sergio Mattarella lo ha rivolto alle “care concittadine e ai cari concittadini”, una formula — come ha osservato Rino Formica — inedita rispetto ai suoi predecessori, perché non si rivolge soltanto al popolo italiano in senso stretto, ma anche a tutti coloro che vivono e lavorano nel nostro Paese. Il messaggio di Mattarella si presta a una lettura storica nitida: ripropone l’Italia della Prima Repubblica, quella che va dalla fine del secondo conflitto mondiale fino alle soglie del suo crollo. È una “fotografia” complessivamente corretta, con le sue luci e le sue ombre: dalla ricostruzione del dopoguerra al boom economico; dalla lotta al terrorismo — con il suo tragico tributo di vittime, senza neppure evocare l’assassinio più simbolico, quello di Aldo Moro — alla battaglia contro la mafia condotta da Giovanni Falcone  e Borsellino . È l’Italia del “Mulino Bianco”, ma anche quella delle tragedie e delle profonde contraddizioni economiche e sociali.

Su un punto, tuttavia, il Presidente non transige: la collocazione internazionale del Paese, il rispetto dei trattati atlantici e l’appartenenza all’Unione europea. Temi più volte richiamati negli ultimi mesi, tanto nei discorsi ufficiali in patria quanto nei viaggi all’estero. In questo senso, Mattarella sceglie consapevolmente un percorso novecentesco, che si arresta sull’orlo del burrone: il crollo della Prima Repubblica. Eppure, mentre compone questo fotogramma della memoria nazionale, il Presidente evita di sovrapporre l’immagine successiva: il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. Avrebbe potuto — forse dovuto — evocare una parola di pacificazione civile alla vigilia di un referendum che si annuncia come uno scontro frontale, un muro contro muro capace di coinvolgere non solo i cittadini, gli schieramenti politici, il sindacato e il mondo della cultura, ma anche — causa principale — il più delicato e decisivo degli ordini dello Stato: la magistratura.

Resta, tuttavia, un dato che Mattarella non smarrisce mai: l’Italia è un Paese del G7, una potenza economica mondiale che, per stile di vita, cultura del cibo e manifattura diffusa, continua a essere imitata e invidiata. Un’Italia che, nonostante le sue fratture, conserva un ruolo e una responsabilità nello scenario globale. Non sorprende, allora, che al messaggio di fine anno la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sia stata la prima a congratularsi pubblicamente con il Capo dello Stato. Ma l’ironia della politica sta tutta qui: l’Italia raccontata da Mattarella non coincide con quella della Meloni. Sono due narrazioni che provengono da storie diverse. Quella del Presidente affonda le radici nell’antifascismo repubblicano; quella della Presidente del Consiglio nasce altrove, lungo un’altra linea del Novecento italiano.

Il messaggio di Mattarella, dunque, non è soltanto un bilancio dell’anno che si chiude, ma una chiamata alla memoria lunga della Repubblica. In un tempo segnato da fratture, radicalizzazioni e conflitti istituzionali, il Capo dello Stato ricorda che l’unità nazionale non nasce dall’oblio del passato, bensì dal riconoscimento delle sue responsabilità. È in questa tensione tra storia e presente che si gioca, ancora una volta, il destino democratico dell’Italia.

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