Dagli slogan di cattivo gusto alle parole inopportune e con il silenzio (per ora) di Meloni
La campagna del referendum costituzionale è passata dal piano inclinato alla caduta libera – scrive Serena Sileoni su La Stampa -. Dagli slogan di cattivo gusto si è arrivati alle parole di Nicola Gratteri e Carlo Nordio, inopportune soprattutto per il ruolo di chi le ha pronunciate: un magistrato e il Guardasigilli. È l’ultimo atto di una conflittualità tra giustizia e politica che in Italia ha radici profonde. In campagna elettorale non si parla solo di aspetti tecnici: ogni voto ha una dimensione politica. Venti anni fa francesi e olandesi bocciarono la Costituzione europea per ragioni legate ai governi nazionali più che al merito del testo. Simpatie e antipatie orientano l’elettore. Eppure questa campagna mostra una tossicità crescente: c’è chi accusa gli elettori del Sì di disonestà e chi chiede di rendere noti i finanziamenti al Comitato per il No. È solo l’ennesimo capitolo dello scontro tra giustizia e politica o c’è altro? La presidente Giorgia Meloni (nella foto) ha scelto finora di non esporsi: scelta tattica, perché nei referendum è più facile perdere che vincere. Ma lasciare campo libero al No non ha abbassato i toni. Si è parlato di fascismo, mafia, corruzione, più che del merito della riforma. Molti non sanno ancora come cambierebbe la scelta dei componenti del Csm. E i sondaggi suggeriscono che non metterci la faccia non è meno rischioso che farlo. Infine, l’effetto Roberto Vannacci: la sua uscita dalla Lega apre una crepa nella maggioranza e impone un riassetto a destra. L’esito del voto peserà sulla tenuta del governo e sugli equilibri dell’opposizione. Così il referendum rischia di diventare uno strumento di partito, con l’elettore ridotto a pedina. In passato consultazioni popolari hanno sparigliato le carte; oggi, tra astensionismo e cattiva comunicazione, esiti dirompenti paiono improbabili. E della democrazia resta poco più che qualche cascame.





