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Chi ha memoria che ieri è stato il Giorno della Memoria

Paolo Benini.

Non è mia intenzione esprimere giudizi morali, né valutazioni politiche o storiche. Il mio lavoro, da sempre, è osservare il comportamento umano e cercare di comprenderlo alla luce di ciò che sappiamo sul funzionamento della mente e del cervello. Parlo oggi della Shoah solo perché ieri è stato il Giorno della Memoria, e lo faccio per chiarire un equivoco che, anno dopo anno, diventa sempre più evidente. Su questa giornata vengono caricate aspettative enormi: l’idea, più o meno esplicita, che una ricorrenza istituzionale possa produrre un impatto reale e duraturo sui popoli, orientare i comportamenti, ridurre la probabilità che certi eventi si ripetano.

È proprio questa aspettativa impropria a generare, nel tempo, l’effetto opposto. Presso il popolo il tema perde importanza non perché venga meno la gravità di ciò che si ricorda, ma perché alla memoria viene attribuita una funzione che non può svolgere. Quando il risultato atteso non arriva, il ricordo smette di essere vissuto come strumento di comprensione e diventa un rito formale, distante, percepito come vuoto. Il Giorno della Memoria tende così a ridursi progressivamente a una giornata istituzionale, con un impatto concreto sempre più limitato sulla vita reale delle persone. A un certo punto si dice che “il male” continua a ripetersi con regolarità impressionante. Uso questa parola solo per comodità, perché già implica un giudizio, e i giudizi troppo rigidi spesso ostacolano la comprensione dei fenomeni che pretendono di condannare. Qui l’atteggiamento è diverso: non giustificare, non assolvere, ma capire come certi comportamenti si generano e si mantengono. Le scienze cognitive mostrano che ciò che definiamo male non è un corpo estraneo all’essere umano, ma una possibilità che emerge quando specifici meccanismi entrano in funzione. Frammentazione dei compiti, divisione degli ordini, spostamento della responsabilità, linguaggi tecnici che neutralizzano l’impatto emotivo, ripetizione che trasforma l’eccezione in routine: è così che un’azione si organizza, si stabilizza e diventa sostenibile nel tempo. Il cervello umano è perfettamente in grado di compiere questo passaggio, non perché “diventi cattivo”, ma perché si adatta a un contesto che rende certi comportamenti normali, funzionali, legittimi.

Nel momento in cui vengono vissuti, questi atti non hanno per chi li compie il significato che assumeranno nella memoria futura. La memoria arriva dopo. Serve a nominare, a ricostruire, a impedire la negazione, ma non entra nei circuiti che producono il comportamento nel presente. Nel caso della Shoah questo è particolarmente evidente, perché non si è trattato di una sequenza di decisioni impulsive, ma di un processo sistematico, organizzato e mantenuto nel tempo. La divisione del lavoro, la parcellizzazione delle azioni, la distanza tra decisione ed esecuzione riducono progressivamente il carico cognitivo ed emotivo; l’azione non viene più percepita come scelta morale, ma come funzione. L’assuefazione completa il quadro: ciò che inizialmente genera attrito, se sostenuto dal contesto e condiviso dal gruppo, diventa normale. La disumanizzazione non è un’esplosione emotiva, ma una ristrutturazione cognitiva lenta e funzionale: le persone diventano categorie, numeri, problemi amministrativi. Il sistema nervoso non segnala allarme perché l’ambiente conferma che ciò che si sta facendo è coerente con le regole. È così che il cervello riesce non solo a compiere azioni che a posteriori verranno ricordate come inenarrabili, ma anche a reggerne l’impatto mentre accadono. Questo vale anche in contesti più ristretti: è sufficiente pensare a come, in certe famiglie mafiose, possano convivere valori affettivi fortissimi, ritualità religiose, senso dell’onore e, nello stesso tempo, la disponibilità a uccidere, talvolta persino un membro della propria famiglia, magari con il rosario in tasca. Dal punto di vista cognitivo non c’è contraddizione: il cervello compartimenta, separa, rende compatibili registri che moralmente giudichiamo inconciliabili.

È utile ricordare che nemmeno l’autorità religiosa ha mai avuto un reale potere inibitorio su questi meccanismi. L’introduzione del concetto di peccato non ha eliminato la possibilità dell’azione peccaminosa; l’ha resa psicologicamente gestibile attraverso dispositivi come la confessione, il pentimento e l’assoluzione, che di fatto non bloccano la reiterazione del comportamento ma la rendono compatibile con l’immagine di sé e con l’appartenenza al sistema di valori. Anche qui la morale non interviene sui circuiti che generano l’azione, ma su quelli che ne permettono la sopportazione soggettiva. Il problema nasce quando al Giorno della Memoria viene attribuita una funzione preventiva o educativa in senso diretto che non gli appartiene. Da qui deriva la delusione collettiva: si osserva che le commemorazioni si ripetono mentre guerre, massacri e stermini continuano ad accadere, e si conclude che tutto questo “non serve”. In realtà serve a ciò per cui è strutturato: testimoniare, conservare la verità storica, impedire la negazione. Non serve a modificare i meccanismi cognitivi che producono certi comportamenti. Educare, del resto, non significa travasare concetti o valori dall’alto verso il basso, ma aiutare i soggetti a elaborare una visione analitica e critica dei fenomeni, per trarne conclusioni che siano proprie. Senza questo passaggio, la memoria resta informazione e non diventa comprensione. Se il Giorno della Memoria resta confinato alla ritualità e alla condanna, continuerà a scivolare verso una dimensione sempre più formale e distante. Se invece viene accompagnato dalla comprensione dei meccanismi che rendono possibile ciò che si ricorda, può mantenere un senso reale. La memoria e la ripetizione appartengono a circuiti diversi. Confonderli produce solo aspettative destinate a essere disattese.

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