Chi è Greg Bovino, l’italo-americano che ha trasformato le retate contro i migranti in show
Ariel Piccini Warschauer.
Il lungo cappotto verde oliva con i bottoni dorati, a ricordo della divisa tedesca della seconda guerra mondiale, il passo marziale tra le strade di Minneapolis, lo sguardo fisso di chi non ammette repliche, perennemente circondato da una scorta di una decina di pretoriani armati fino si denti. In pochi giorni, Gregory “Greg” Bovino è passato dall’essere un oscuro burocrate federale a diventare l’icona globale della “tolleranza zero” americana. Se Donald Trump è la mente politica delle deportazioni di massa, Bovino ne è il corpo, il volto e, soprattutto, l’estetica.
Un’estetica che evoca spettri del passato
Le immagini che arrivano dagli Stati Uniti hanno fatto sobbalzare le cancellerie e i media europei. In Germania, diversi commentatori hanno accostato la sua figura a un’iconografia che il Vecchio Continente sperava di aver sepolto: quella del funzionario autoritario che predilige la teatralità del comando alla mimetica d’ordinanza. Mentre i suoi agenti si muovono protetti da giubbotti antiproiettile e caschi, Bovino si staglia solitario, quasi anacronistico, ordinando ai manifestanti di “liberare la strada” con un tono che non ammette mediazioni.
Il paradosso del sangue calabrese
La storia di Bovino è intrisa di quel paradosso tipico di certa destra identitaria americana. Il paladino del “law and order”, il martello degli immigrati “irregolari”, è lui stesso nipote di chi quella frontiera la varcò con la valigia di cartone. Suo nonno Vincenzo era figlio di Michele Bovino, un minatore calabrese partito nel 1909 per cercare fortuna nelle viscere degli Stati Uniti.
Una migrazione povera, disperata, avvenuta quindici anni prima che le restrizioni del 1924 chiudessero i porti agli italiani. Eppure, nelle parole di Greg, non c’è traccia di empatia per chi oggi tenta la stessa sorte. Per lui, il confine non è un luogo di passaggio, ma una trincea morale.
Il trauma familiare e la “giustificazione” morale
C’è un episodio oscuro che sembra aver forgiato la sua visione del mondo. Nel 1981, suo padre Michael provocò un incidente stradale mentre guidava ubriaco: una donna morì, una famiglia fu distrutta. Il padre finì in carcere, il bar di famiglia fallì, il matrimonio dei genitori andò in pezzi.
È difficile non leggere in questo trauma la radice della sua ossessione: oggi Bovino usa spesso il tema dei reati commessi da immigrati sotto l’effetto di alcol come grimaldello retorico per giustificare le espulsioni. Una sorta di proiezione pubblica di un dolore privato mai elaborato.
Dallo schermo alla realtà: il “Commander at Large”
Bovino non è finito nella Border Patrol per caso. Racconta di essersi arruolato nel 1996 dopo aver visto The Border con Jack Nicholson. Ma se il film denunciava la corruzione degli agenti, Bovino ha deciso di interpretare il ruolo del “poliziotto puro”. La sua carriera, esplosa nel settore di El Centro in California, è stata costellata di sanzioni disciplinari per post sui social “troppo politici” e una ricerca spasmodica di visibilità.
Divenuto “commander at large” sotto l’amministrazione Trump, Bovino ha trasformato le retate in operazioni mediatiche. Ha nuotato nei canali dell’Imperial Valley a favore di telecamera e ha guidato blitz spettacolari a Chicago e Charlotte.
Il volto della repressione
Bovino ha capito che nell’era della comunicazione sovranista non basta eseguire gli ordini: bisogna diventare un simbolo. Il suo “personaggio” è costruito a tavolino per rassicurare l’elettorato della Bible Belt – dove è cresciuto – e per terrorizzare chi non ha documenti. In un podcast del 2021 lo ha detto chiaramente: “Rendere il confine sicuro è una mia responsabilità personale”.
Mentre l’America si spacca e l’Europa guarda con orrore a quella divisa verde oliva, Greg Bovino continua a sfilare. L’italo-americano che ha dimenticato la Calabria per diventare il braccio armato del nuovo ordine americano.






