Centinaia di raid al giorno, il piano Usa per smantellare il regime di Teheran
Ariel Piccini Warschauer.
La diplomazia del Golfo osserva con il fiato sospeso i movimenti delle portaerei americane, ma è nelle parole dei tecnici della guerra che si legge il reale mutamento di scenario. Non più solo un “deterrente”, ma una macchina pronta all’uso: gli Stati Uniti avrebbero oggi la capacità di neutralizzare il potere militare della Repubblica Islamica non in mesi, ma in poche ore.
A tracciare il perimetro di questo possibile scenario è il vice ammiraglio Bob Harward, figura chiave della strategia statunitense nel Medio Oriente (già vicecomandante del Centcom fino al 2013), in un colloquio con il Jerusalem Post che suona come un ultimo avvertimento a Teheran. Secondo Harward, la strategia di Donald Trump non si limita più alla pressione economica, ma poggia su una riconfigurazione tecnologica della forza d’urto americana.
La gerarchia dei bersagli
L’approccio descritto da Harward è chirurgico e «bottom-up», dal basso verso l’alto. Se l’ordine d’attacco dovesse arrivare, la priorità assoluta sarebbe la neutralizzazione immediata della minaccia balistica: siti di lancio e depositi missilistici strategici che puntano verso Israele e le basi Usa nella regione.
Ma il vero scarto rispetto al passato riguarda la natura stessa dei target. «Non si colpiranno le infrastrutture civili», spiega l’ex ammiraglio. L’obiettivo dichiarato non è il popolo iraniano, bensì il braccio armato che ne garantisce l’oppressione: il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). L’idea è quella di una «decapitazione» della struttura di comando che sostiene il regime, colpendo quartier generali e centri di coordinamento sparsi per il Paese.
Il fattore tecnologico: centinaia di strike al giorno
Il cuore dell’analisi di Harward risiede nella capacità di saturazione. Le tecnologie sviluppate dopo i conflitti in Iraq e Afghanistan avrebbero trasformato radicalmente il ritmo delle operazioni belliche. «Dove un tempo potevamo condurre 40 o 50 attacchi al giorno, oggi abbiamo la capacità di effettuarne centinaia», afferma Harward.
È questa velocità di esecuzione – unita alla precisione dei sistemi di puntamento di nuova generazione – a cambiare l’equazione per il regime degli Ayatollah. Una pressione di fuoco tale da rendere impossibile qualsiasi tentativo di riorganizzazione o ritorsione efficace. Secondo l’ex ufficiale del Centcom, l’intera rete di comando dell’IRGC potrebbe essere smantellata in una singola giornata di operazioni.
Il messaggio politico
Il posizionamento degli asset americani nel quadrante mediorientale viene letto come la prova che Washington è pronta a superare la fase della mediazione. La linea rossa rimane il programma nucleare e lo sviluppo balistico: se i canali diplomatici dovessero fallire definitivamente, il Pentagono ha già sul tavolo i piani per un intervento che punta a cambiare i connotati del potere a Teheran senza impantanarsi in una nuova occupazione terrestre di lunga durata.
Resta l’incognita delle conseguenze regionali e della capacità di resilienza dei “proxy” iraniani, ma il messaggio che arriva dagli ex vertici militari Usa è inequivocabile: la superiorità tecnologica ha ridotto il tempo necessario a vincere una guerra, e Teheran potrebbe non avere nemmeno il tempo di accorgersene.





