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C’è un giudice a Strasburgo per riparare ai guasti dell’1 marzo 2017

E un titolo che è già una dichiarazione: C’è un giudice a Strasburgo. Il riferimento è alla Corte europea dei diritti dell’uomo, con sede a Strasburgo, simbolo giuridico della tutela dei diritti fondamentali in Europa. L’espressione richiama la celebre formula “c’è un giudice a Berlino”, divenuta nei secoli sinonimo di fiducia nella giustizia quando ogni altra via sembra preclusa. Scrive così Ivano Zeppi su Sienapost a proposito di un libretto che ho scritto per ricordare quello che successe l’1 marzo del 2017, una vicenda che ha procurato ferite che neppure il tempo riesce a superare. Le cicatrici sono ancora presenti nella mente e nel corpo per il sequestro di migliaia di nomi di appartenenti al Grande Oriente d’Italia e di respinti dalla stessa comunione massonica al termine di quattordici ore di perquisizione ordinata dall’allora presidente della commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi.

Il testo, scrive Zeppi, ricostruisce una vicenda che, secondo l’autore, rappresenta una frattura tra diritto e potere, tra principi costituzionali e decisioni politiche. Il 1° marzo viene indicato come la data di un atto considerato profondamente ingiusto, le cui conseguenze avrebbero inciso su diritti individuali e collettivi.

L’anniversario, a nove anni di distanza, non è evocato come semplice ricorrenza, ma come momento di riflessione: memoria contro oblio. Non solo per chi si è sentito colpito direttamente, ma per chi considera quella decisione un precedente pericoloso sul piano delle garanzie democratiche.

Nel documento emerge con forza l’idea che, quando i rimedi interni appaiono esauriti o inefficaci, l’ordinamento europeo rappresenti un presidio esterno di legalità. La Corte di Strasburgo viene descritta non come un tribunale politico, ma come luogo di verifica del rispetto delle libertà fondamentali sancite dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Il messaggio è chiaro: la giustizia può essere lenta, ma non può essere cancellata. E se una decisione nazionale viene ritenuta lesiva dei diritti garantiti a livello sovranazionale, esiste ancora uno spazio di tutela.

A nove anni da quel 1° marzo, il tono del testo non è soltanto polemico. È soprattutto identitario: un invito a non archiviare la vicenda come episodio chiuso, ma a considerarla come monito. In gioco, secondo l’autore, non c’è solo una questione personale o di parte, bensì un principio generale: la difesa dello Stato di diritto.

In un’epoca in cui la memoria pubblica si consuma rapidamente nel flusso dei social e delle polemiche quotidiane, il richiamo è esplicito: ricordare è un atto politico, ma anche civile.

Perché, conclude implicitamente il documento, finché esiste un giudice a Strasburgo, esiste anche la possibilità di rimettere in discussione ciò che è stato percepito come ingiusto.

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