Caso Gratteri, il ministro Nordio sconcertato, il pm precisa: “Strumentalizzato”
Ariel Piccini Warschauer.
La tensione tra via Arenula e la magistratura, già ai livelli di guardia per la riforma costituzionale, ha rotto gli argini. A meno di quaranta giorni dal referendum del 22 e 23 marzo, la miccia che ha innescato una giornata di scontro durissimo porta la firma di Nicola Gratteri. Il procuratore capo di Napoli, in un’intervista video al Corriere della Calabria, ha tracciato una linea di demarcazione etica sul voto che ha mandato su tutte le furie il governo e la maggioranza.
«Voteranno per il No le persone perbene, che credono nella legalità», ha scandito il magistrato. «Per il Sì voteranno indagati, imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». Un’uscita che non ha solo raggelato i fautori della separazione delle carriere, ma ha sollevato un polverone sulla terzietà dell’ordine giudiziario nel dibattito pubblico.
L’ira del governo
La replica di Carlo Nordio (nella foto) è arrivata puntuale e tagliente. Il Guardasigilli si è detto «sconcertato», sottolineando come tali affermazioni finiscano per dare forza proprio a quella riforma che Gratteri avversa. «Siamo di fronte a una delegittimazione del corpo elettorale — fanno filtrare dal ministero — che ripropone il tema dei test psicoattitudinali per chi indossa la toga».
Ma è sul terreno politico che lo scontro si è fatto incandescente. Matteo Salvini ha scelto la via della giustizia ordinaria: «Io lo denuncio. E voterò Sì», ha scritto sui social il vicepremier. Per il leader della Lega, Gratteri avrebbe «infangato milioni di italiani» che chiedono una giustizia più equilibrata. In serata, lo sdegno ha coinvolto i vertici delle istituzioni: il presidente del Senato, Ignazio La Russa, si è detto «basito», mentre Antonio Tajani ha parlato di «offesa alla democrazia».
La difesa del magistrato
Mentre il centrodestra serra i ranghi e annuncia ricorsi al Csm, Gratteri ha cercato di arginare l’incendio mediatico. Ospite a Piazzapulita, su La7, il procuratore ha respinto le accuse di generalizzazione: «Le mie parole sono state parcellizzate e lette in modo disorganico. Non ho detto che chi vota Sì è un criminale, ma che questo sistema conviene a certi centri di potere. Chi interpreta diversamente è in malafede». Una precisazione che però non ha convinto i critici, che vedono nelle sue parole l’ennesimo capitolo di uno scontro che rischia di trasformare il referendum in un «pro o contro» i magistrati.
Il rebus del voto
Il clima si fa elettrico proprio mentre i partiti avviano la mobilitazione. Se Fratelli d’Italia punta su un grande evento a metà marzo con la premier Meloni, il Partito Democratico si trova in una posizione complessa. Elly Schlein ha ribadito le ragioni del No («Non vogliamo magistrati sotto il controllo dell’esecutivo»), ma dal Nazareno trapela irritazione per uscite che rischiano di radicalizzare il voto, allontanando gli elettori moderati.
In questo scenario, il referendum di marzo non è più solo una sfida sulla tecnica del diritto, ma una prova di forza tra due visioni dello Stato che sembrano aver smesso di parlarsi, preferendo il linguaggio delle denunce e dei marchi d’infamia.


