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Camici bianchi, tra dottori e professori e ospedali

Ivano Zeppi su Sienapost, rilancia il tema dei “camici bianchi” di cui abbiamo scritto su sfogliamo.eu nei giorni scorsi, partendo dalle dinamiche dei concorsi, dalle tensioni tra dottori e professori e da quella sensazione diffusa che nel sistema sanitario italiano qualcosa non funzioni come dovrebbe.

Il punto – scrive – , però, non è solo chi vince un concorso o quale categoria prevale sull’altra. Il nodo vero è capire se in Italia manchino davvero i medici oppure se manchino, più precisamente, negli ospedali pubblici. I numeri, letti con calma, aiutano a uscire dagli slogan. L’Italia non è un paese con pochi medici in senso assoluto. Il rapporto tra medici e popolazione è in linea, e in alcuni casi leggermente superiore, alla media europea. Questo significa che, nel complesso, i laureati in medicina e gli specialisti non sono pochi rispetto agli abitanti. Eppure, nei pronto soccorso, nei reparti di emergenza, in alcune branche specialistiche e nella medicina territoriale si registrano carenze croniche, turni scoperti, concorsi che vanno deserti o che non riescono a coprire tutti i posti messi a bando.

Il paradosso si spiega guardando alla distribuzione e alle condizioni di lavoro. Molti medici scelgono il settore privato, la libera professione o percorsi all’estero dove retribuzioni, carichi di lavoro e prospettive di carriera risultano più attrattivi. Nel Servizio sanitario nazionale, invece, gli stipendi sono meno competitivi rispetto ad altri paesi europei e, soprattutto in alcune specialità come l’emergenza-urgenza o l’anestesia, il carico di responsabilità e di stress è molto elevato. A ciò si aggiungono vincoli amministrativi, tetti di spesa regionali e procedure concorsuali che spesso rallentano le assunzioni. Così accade che i posti formalmente esistano, ma non vengano coperti o non risultino appetibili.

Un altro elemento è quello anagrafico. Una parte consistente dei medici attualmente in servizio si avvicina all’età pensionabile. Nei prossimi anni migliaia di professionisti lasceranno il lavoro, soprattutto nella medicina generale. Se il ricambio non sarà rapido e ben programmato, la percezione di “carenza” tenderà ad accentuarsi. Non si tratta quindi solo di quanti medici vengono formati, ma di come vengono distribuiti, assunti e trattenuti nel sistema pubblico.

La riflessione che si può trarre, anche partendo dalle considerazioni di Bisi, è che il problema non si esaurisce nella contrapposizione tra categorie o nella polemica sui concorsi. La questione è più strutturale: il Servizio sanitario nazionale deve riuscire a rendere attrattivo il lavoro ospedaliero, garantendo condizioni economiche e organizzative adeguate. Se ciò non accade, il risultato è che i medici ci sono, ma non dove servono di più. E allora la frase “i medici non mancano, mancano negli ospedali” non è uno slogan, ma la sintesi di una distorsione tra offerta complessiva di professionisti e capacità del sistema pubblico di valorizzarli e trattenerli”.

L’argomento stimola riflessioni perché la sanità tocca tutti, grandi e piccini.

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