Barucci-Zini, gli accordi e gli scontri tra due banchieri di razza
Stefano Bisi.
Pieo Barucci se n’è andato. Era stato ministro, presidente dell’Abi e presidente del Monte dei Paschi dal 1983 al 1990, amministratore delegato del Credito Italiano. E non diventò presidente del consiglio dei ministri per sua scelta. Disse no alla proposta del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Di Barucci, delle sue molteplici attività e degli anni passati all’istituto di credito senese ne parlo nel libro “Facce da Monte” edito da Betti. Una parte è dedicata ai contrasti che ebbe con il provveditore Carlo Zini che terminarono nel 1990 quando Barucci andò al Credito Italiano.
Nella primavera del 1989 lo scontro è sull’acquisizione della Ticino assicurazioni: il prezzo è considerato molto elevato. Il vicepresidente Salvatici sottolinea la necessità di “privilegiare la solidità patrimoniale dell’istituto e la sua autonomia finanziaria contenendo gli investimenti strategici” e Barucci esprime la contrarietà alla realizzazione di intrecci azionari troppo complessi all’interno del gruppo che limitavano la possibilità di controllo da parte della banca. Il presidente espresse questo pensiero anche in pubblico e Zini questa uscita se la legò al dito. Lo scontro finale arriva proprio nel 1990 sull’acquisto della Banca popolare siciliana che aveva sede a Canicattì. Il nome di questa città siciliana diventa molto conosciuto a Siena perché per settimane non si parla d’altro nelle sedi dei partito e delle associazioni di categoria. C’è il tifo da stadio. Con il Corriere di Siena mi schiero contro l’acquisto con articoli giornalieri e con un inserto di 8 pagine mentre l’altro quotidiano, La Nazione, è a favore. Il dibattito è in piazza. Emerge una parcella di qualche miliardo di lire che va al consulente Rudy Maira, avvocato di Caltanissetta, democristiano, che poi diventerà consigliere regionale in Sicilia. Il presidente della banca siciliana è il barone La Lumia, che l’inviato de La Nazione Guido Parigi Bini va a trovare, lo intervista e ricordo ancora la descrizione di quel banchiere con gli stivali sporchi di fango di ritorno dai suoi possedimenti agrari. I dubbi, oltre che per la ricca parcella, aumentarono dopo che emerse una situazione patrimoniale e reddituale diversa da quella prospettata al momento della firma del primo protocollo di acquisto perché la banca assunse dipendenti e quelli in forza vennero promossi.
Barucci nella riunione della deputazione del 12 aprile 1990 fa fuoco e fiamme. Si infuria e dice che “il quadro quindi è che noi abbiamo subito una menomazione reddituale e una menomazione patrimoniale. Sono stati sottratti dal patrimonio del Monte, una volta che si addivenisse alla fusione, alcuni miliardi: è stata sottratta alla capacità del Monte di produrre reddito nel futuro per alcuni miliardi ogni anno. Questi sono i dati di fatto. Ogni atto che noi compissimo senza denunciare questi stati di fatto non sarebbe una scelta imprenditoriale; sarebbe la giustificazione di una sottrazione di reddito e di capitale che altri ci hanno fatto”. E Barucci votò contro l’acquisizione, insieme a Barellini, e questa sconfitta bruciante lo convinse a lasciare Rocca Salimbeni e accettare la nomina ad amministratore delegato del Credito italiano. Ricordò che mi invitò nel suo ufficio per salutarmi. “La ringrazio per aver sostenuto la battaglia contro l’acquisto della Banca popolare siciliana ma devo dirle che nei suoi scritti non emerge l’amore per il Monte. Deve voler bene a questa banca che non ha bisogno della trasformazione in società per azioni perché è sottoposta a un controllo permanente, quotidiano, ora per ora” mi disse Barucci. Accanto a lui il capo della segretaria Antonio Fiorito che annuiva, mentre nelle stanze vicine si brindava all’acquisto di Canicattì e alla partenza di Piero, il banchiere demitiano che aveva provato a fare il Pierino ma era stato battuto, come la sua Fiorentina dell’82, che aveva perso lo scudetto all’ultima giornata ma con onore. Proprio come Barucci.


