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Banchieri, diamanti e poltrone, il “genero” di Walter Street alla guida della Fed

Ariel Piccini Warschauer. 

Donald Trump lo ha fatto di nuovo. Con un post su Truth Social che profuma di rivincita e restaurazione, il tycoon ha annunciato la nomina di Kevin Warsh a prossimo presidente della Federal Reserve. Finisce così l’era di Jerome Powell, l’uomo che Trump ha insultato in ogni lingua – definendolo persino un “idiota” e un “pessimo funzionario” – colpevole di non aver piegato il costo del denaro ai desiderata della Casa Bianca.

Ma chi è davvero l’uomo scelto per guidare la banca centrale più potente del mondo? Se cercate un profilo di rottura, avete sbagliato indirizzo. Warsh è il ritratto perfetto del privilegio bipartisan che galleggia tra i salotti di Washington e i grattacieli di Manhattan.

L’enfant prodige con il pedigree d’oro

Classe 1970, Warsh è uno che brucia le tappe. A 35 anni era già il più giovane governatore della Fed della storia, nominato da George W. Bush nel 2006. Una carriera costruita tra le scrivanie di Morgan Stanley, dove si occupava di fusioni e acquisizioni, e i corridoi del potere repubblicano.

Ma a brillare non è solo il suo curriculum accademico (Stanford e Harvard). A rendere Warsh il candidato ideale per il “mondo di sotto” finanziario sono i suoi legami personali. È infatti il marito di Jane Lauder, nipote della leggendaria Estée e una delle donne più ricche d’America. Un patrimonio di famiglia stimato in 2 miliardi di dollariche lo proietta direttamente nell’Olimpo dell’1%. Non stupisce che tra i suoi sponsor più accaniti ci sia Jamie Dimon, il “re” di JPMorgan: quando Wall Street chiama, Warsh risponde.

L’addio all’indipendenza?

Il vero nodo politico, però, è un altro. Trump non ha scelto Warsh per la sua (indubbia) competenza tecnica, ma per la sua flessibilità. Storicamente considerato un “falco” – uno di quelli che l’inflazione la combatte con il pugno di ferro – Warsh negli ultimi mesi ha subito una folgorazione sulla via della Casa Bianca, convertendosi alla religione dei tassi bassi.

Il sospetto, tra gli osservatori meno compiacenti, è che la Fed di Warsh sarà una succursale del Tesoro. Trump è stato chiaro: vuole un banchiere che lo ascolti, che consulti la Casa Bianca prima di decidere. Un’idea che demolisce decenni di indipendenza monetaria e che trasforma la Fed in uno strumento di politica elettorale.

Le ombre del conflitto

Tra i club esclusivi (è stato membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg) e gli incarichi alla Hoover Institution, Warsh rappresenta quella stessa élite che Trump dice di voler combattere nei suoi comizi. Eppure, per il Presidente, Warsh è “l’uomo del central casting”, perfetto per il ruolo.

Resta da capire se i mercati, che oggi brindano alla “cautela” del nuovo corso, si accorgeranno dell’ossimoro: un populista che nomina un miliardario di Wall Street per proteggere il popolo. Per ora, l’unica certezza è che a maggio 2026, quando scadrà il mandato di Powell, le chiavi della cassaforte americana passeranno nelle mani dell’uomo che ha saputo sussurrare sia ai mercati che al “Commander in Chief”.

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