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Altro che champagne, trent’anni di sberle tra Parigi e Washington

di Ariel Piccini Warschauer.

Non chiamatela solo “guerra delle bollicine”. Quella tra Donald Trump ed Emmanuel Macron non è una banale scaramuccia doganale tra produttori di vino e amanti del lusso. È lo scontro frontale tra due mondi: da una parte l’orgoglio ferito di una Francia che sogna ancora di guidare l’Europa come un impero (senza averne i mezzi), dall’altra il pragmatismo brutale di un’America che non fa sconti a chi prova a remare contro.

L’ultima minaccia di The Donald è una di quelle che fanno tremare i polsi alle cantine di Reims: dazi record al 200% sullo champagne. Un siluro economico che arriva dopo l’ennesimo sgarbo diplomatico di Macron, il “gran rifiuto” all’invito per il Board su Gaza. Il messaggio della Casa Bianca è chiaro: se Parigi vuole fare la voce grossa sullo scacchiere globale, deve essere pronta a pagarne il prezzo in dollari.

Il peccato originale del 2003

Per capire come siamo arrivati a questo brindisi avvelenato, bisogna tornare al 2003. Fu allora che la maschera dell’amicizia storica cadde fragorosamente. Mentre Bush Jr. preparava i carri armati per l’Iraq, la Francia di Jacques Chirac alzava il dito medio all’ONU, guidando il fronte del “no”.

L’America, ferita dall’11 settembre, la prese malissimo. Fu l’epoca delle “Freedom Fries”: nelle mense del Congresso le patatine fritte smisero di essere “French” per diventare “della Libertà”. Un gesto che sembrava folklore, ma era l’inizio del divorzio. Per Washington, Parigi non era più la “sorella della libertà”, ma un ostacolo arrogante da neutralizzare.

La giustizia come clava

Se la politica divide, i soldi spaccano. Per anni, gli USA hanno usato la legge come un raggio laser per colpire i campioni industriali francesi. Il caso BNP Paribas del 2014 è una ferita ancora aperta: una multa mostruosa da 9 miliardi di dollari per aver osato aggirare le sanzioni americane in Sudan e Iran. Un’umiliazione nazionale che l’Eliseo ha vissuto come un atto di guerra economica. La lezione è stata brutale: se usi il dollaro, comanda lo Zio Sam. Punto.

Spie e tradimenti

E che dire della fiducia tra “alleati”? Polverizzata dal caso Snowden. Sapere che la NSA sorvegliava persino le lenzuola dell’Eliseo, monitorando i cellulari dei presidenti francesi, ha trasformato la cooperazione tra intelligence in una partita a scacchi piena di veleni. Mentre a parole si celebrava il centenario della Grande Guerra, nei corridoi si cercavano le microspie americane.

Macron e il vicolo cieco dell’autonomia

Oggi Macron prova a resuscitare il sogno gollista dell’”autonomia strategica”. Tradotto: fare di testa propria mentre gli altri pagano la sicurezza. Ma con il ritorno dell’America First, lo spazio per i doppiogiochisti è finito. Colpire lo champagne non è solo una mossa economica; è un colpo al cuore del soft power francese, a quel prestigio che è l’unica cosa rimasta a una Francia che non tocca palla nei grandi dossier mondiali.

La verità è che tra Parigi e Washington la pace è solo una tregua armata tra un brindisi e l’altro. E stavolta, il vino rischia di andare di traverso a Monsieur le Président.

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