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Alle radici del Natale come occasione per riflettere sulla condizione umana

di Roberto Pizzi.

La festività del Natale, la più importante dell’anno religioso, dopo la Pasqua, è una conferma di

quella capacità della Chiesa, sempre dimostrata nel suo millenario percorso, ad adattarsi e

sovrapporsi ai vari costumi, credenze e culture diverse. Non vi sono certezze storiche sulla data di

nascita di Gesù di Nazareth: i padri della chiesa non sembrano avere conosciuto, nei primi secoli,

una festa della natività di Cristo. Clemente Alessandrino ci dice che secondo alcuni Gesù sarebbe

nato un imprecisato 20 di maggio, finendo poi, egli stesso, per accettare come data il 16 novembre

del terzo anno a.C. Secondo Dionigi il Piccolo, il Messia sarebbe nata nel 753, anno di Roma; altri

calcoli individuano, invece, in 6 — 7 anni prima di questa data la nascita di Cristo. Sotto l’influenza

di concezioni astrologiche, prevalse, inizialmente, l’accostamento di questa data fatidica

all’equinozio di primavera, sostituito poi dal solstizio invernale. Si ritiene, comunque, che le

celebrazioni della festività avessero origine a Roma, secondo alcune fonti negli anni 335—336,

secondo altre nell’anno 354 per opera di papa Liberio, il quale fissò la data del 25 dicembre, che per

l’oriente cristiano fu invece stabilita nel 6 di gennaio. Nel IV secolo, d’altronde, la cristianizzazione

dell’ impero, imponeva che le cerimonie, le liturgie politiche, i trionfi militari e il fasto della corte si

componessero con la nuova fede. Era anche, se si vuole, una questione di organizzazione del

consenso che si imponeva e le plebi cristiane non erano diverse da quelle pagane. Le masse abituate

agli svaghi e agli entusiasmi del “panem et circenses” trovavano un surrogato a tutto ciò nella

venerazione delle reliquie dei santi, nei pellegrinaggi, nelle stesse feste con le quali la Chiesa finiva

per compiere opera di assorbimento dei riti pagani, recuperandone le tradizioni e l’antica sacralità.

La nuova festa del Natale andava cosi a sovrapporsi alle feste dei Saturnalia, in onore di Saturno,

il dio protettore dell’agricoltura. La festa pagana si celebrava, infatti, il 12 dicembre e chiudeva il

tempo della semina. Nell’età imperiale era stata spostata a capodanno ed era caratterizzata

dall’allestimento di imponenti banchetti, da scambio di doni, dall’usanza di concedere agli schiavi

di sedersi a tavola coi padroni e di fare ciò che volevano. La Natività del 25 dicembre adottatadall’occidente, si avvicinava ancor più agli antichi festeggiamenti del Sol invictus, o culto di

Mithra, del quale la Chiesa approfittò per l’attrazione da esso esercitato su parecchi nuovi fedeli non

ancora in grado di distinguere le differenze fra i messaggi di rinnovamento e di salvezza interiori

del cristianesimo, non estranei per altro a molti culti misterici. Trapiantato a Roma dall’imperatore

Aureliano e originario della Siria, tale culto divenne festività fissata nel calendario proprio il 25

dicembre e chiamata “dies natalis Solis invicti”. D’impianto monoteista, tale credenza basata su

Elios, il sole ornato da quella corona radiale ripresa poi nella liturgia cristiana come tradizionale

supporto dell’ostia consacrata nell’ostensorio ben si prestava come metafora del Cristo nascente,

della trasfigurazione, della resurrezione e dell’ascensione. Di origini pagana. anche altre tradizioni

che accompagnano il Natale, quali il ceppo da ardere sul fuoco e l’albero. Nel nord dell’Europa si

celebravano festività invernali conosciute col nome di Yule, durante le quali grossi ceppi di albero

venivano bruciati per onorare e incoraggiare il sole a splendere più luminosamente. Acquisita al

rituale cristiano, l’accensione del ceppo assumeva nuovi significati, quali la distruzione del peccato

originale o il ricordo del sangue di Gesù tramite il vino versato sul tronco di legno. Anche l’albero

di Natale, progressivamente impostosi a spese dell’usanza del presepe (questo nato, invece, dalla

tradizione cristiana) era, secondo alcuni, un retaggio dei riti propiziatori per le fertilità delle terre o

il richiamo al culto delle selve dei popoli germanici. Tra gli altri significati possibili, vi è chi. ha

scorto nell’albero illuminato e adornato la rievocazione di Cristo inchiodato stilla croce che si

ricollegava poi al mito di Dioniso, anch’egli dio martirizzato e trionfante, od anche ad Attis, il

pastore frigio che la casta Cibele salvò dalla morte trasformandolo in un pino. L’origine dell’abete

dei nostri giorni, invece, ornato di carta colorata, con oggetti appesi ai suoi rami, risale alla

Germania del XVII secolo: è dall’Alsazia, infatti, che ci giunge, nel 1605, la prima notizia

ufficiale. Anche se collegabile alla riforma luterana, fu proprio dall’ambiente protestante che

vennero posizioni ostili all’usanza di quest’albero, giudicata tra “le opere vergognose della

tenebra”. Tuttavia, sempre in quel secolo, tale costume si diffuse prima all’Inghilterra, quindi nel

mondo anglosassone e, progressivamente nel tempo, in Russia, nella Francia e nell’Italia

settentrionale e centrale. Ma sarà solo nel 1800 che verrà reinventato dalla borghesia in ascesa,

come simbolo dell’intimità della casa-rifugio, della famiglia riunita e come valore pedagogico di

premio per i bambini buoni. Il Natale odierno è ormai una festività che si è andata sempre più

secolarizzando, fino a trascendere il valore cristiano, comunque innestatosi su tradizioni più antiche.

Tuttavia, pur tra esasperate sollecitazioni consumistiche, esercita ancora un grande fascino

sull’immaginario collettivo e può continuare ad essere, per chi vuole coglierla, occasione di

riflessione e di consapevolezza di fratellanza universale e di solidarietà per l’umana sorte comune.

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