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A Sion esplode in tribunale la rabbia dei genitori delle vittime della strage di Capodanno

Ariel Piccini Warschauer.

Non c’è spazio per la pietà, non oggi. Fuori dal campus Energypolis di Sion, dove il cemento asettico dell’università avrebbe dovuto ospitare il rigore di un’udienza, il dolore si è trasformato in un grido rauco, una scarica di adrenalina e odio puro. Quando Jacques e Jessica Moretti sono apparsi all’orizzonte, scortati come criminali di guerra, la diga è crollata.

I gestori del bar Le Constellation, il locale dove la notte di Capodanno si è consumata la tragedia che ha strappato al Vallese i suoi figli migliori, sono arrivati davanti alla Procura per essere interrogati. Ad attenderli, però, non c’erano solo i magistrati, ma il plotone d’esecuzione della disperazione.

Il corpo a corpo della disperazione

Il parapiglia è scoppiato in un istante, a favore di telecamere, trasformando l’ingresso dell’aula in un ring di urla e spintoni. «Avete ucciso i nostri figli! Assassini!», hanno gridato i padri e le madri di chi da quella festa è uscito dentro una bara. Una madre, con la forza della disperazione, si è scagliata contro Jacques Moretti rinfacciandogli un’accusa che sa di veleno: «Siete la mafia, avete pagato 200 mila franchi ed è finita!».

Parole come pietre, scagliate contro una coppia protetta a stento da un cordone di polizia che faticava a contenere la furia fisica dei familiari. Jacques Moretti, lo sguardo basso ma la voce stranamente ferma in mezzo al caos, ha provato a replicare con una freddezza che è suonata come un insulto: «Siamo lavoratori, mi prenderò le mie responsabilità». Una frase vuota, che rimbalza contro il muro di chi, in quel rogo, ha perso tutto e non accetta la retorica del “lavoro” di fronte a una strage.

La rete delle colpe si allarga: nel mirino il Sindaco

Ma se i Moretti rappresentano il volto visibile e odiato del disastro, l’inchiesta sta scavando nel sottobosco delle omissioni istituzionali, là dove i faldoni polverosi contano più delle fiamme. La vera bomba giudiziaria che scuote il Cantone è la denuncia penale depositata contro il sindaco di Crans-Montana, Nicolas Féraud.

A muovere l’attacco sono i genitori di un ragazzo di 29 anni, oggi ridotto a una maschera di ustioni in un letto d’ospedale, sospeso tra la vita e la morte. L’accusa per il primo cittadino è pesantissima: lesioni personali colpose e omissione di doveri d’ufficio. Secondo i legali della famiglia, gli avvocati Alain e Anne-Sophie Viscolo, il Comune avrebbe letteralmente “dimenticato” il locale per sei lunghi anni.

Dal 2019 al 2025, non sarebbe stato effettuato alcun controllo antincendio serio. Com’è possibile che una struttura di quelle dimensioni, destinata a ospitare centinaia di giovani, sia rimasta in una “zona grigia” burocratica?

Il peso della responsabilità

In Svizzera, dove l’ordine è un dogma e la sicurezza una religione, questa crepa nel sistema appare ancora più intollerabile. Se i gestori hanno peccato di imprudenza o, peggio, di dolo, la politica sembra aver peccato di una ignavia imperdonabile. Féraud ora dovrà rispondere di un silenzio amministrativo che, per le vittime, è stato letale tanto quanto le fiamme che hanno divorato il Constellation.

La giustizia vallesana è a un bivio: limitarsi a condannare chi ha acceso la miccia o risalire la catena del comando fino a chi doveva vigilare e ha preferito voltarsi dall’altra parte. Nel frattempo, tra i corridoi dell’Energypolis e le strade di Sion, resta solo l’odore acre del fumo di una tragedia che non troverà pace finché ogni colpevole, in giacca o in grembiule, non avrà pagato il suo conto.

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Muro di ghiaccio contro la zar, la

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