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Il grido del rabbino Corinaldi: “L’arte non può essere megafono dell’odio”

Ariel Piccini Warschauer.

Le sale barocche di Palazzo Ducale, a Martina Franca, trasudano storia e bellezza. Ma da giorni, tra quegli stessi fregi, soffia un vento di tempesta che scuote la comunità pugliese e oltrepassa i confini regionali. Al centro della disputa c’è la rassegna “Mostri”, un’indagine grafica sulle figure del male. Tuttavia, per rav Tomer Corinaldi, rabbino e ricercatore attivo in Puglia, dove studia e accompagna la rinascita dell’identità e della memoria ebraica, l’esposizione ha imboccato una deriva pericolosa: quella che trasforma la critica politica in demonizzazione ancestrale. Lo abbiamo incontrato per approfondire le ragioni di una ferita che, dice, «colpisce al cuore la convivenza civile».

Rav Corinaldi, lei ha chiesto con fermezza la rimozione di alcuni contenuti. Perché un’istituzione pubblica dovrebbe fare un passo indietro dinanzi a un’opera d’arte?

«Perché il Palazzo Ducale non è una galleria privata, è la casa di tutti i cittadini. La libertà di espressione è un pilastro della nostra democrazia, ma non è un valore assoluto che giustifica l’incitamento all’odio o al disprezzo. Quando un’istituzione patrocina immagini che deumanizzano l’altro, cessa di essere spazio di confronto e diventa amplificatore di odio e di pregiudizio. Non stiamo discutendo di estetica, ma di etica della responsabilità».

Il punto più critico riguarda la locandina: Netanyahu accostato alla data del 7 ottobre e a simboli religiosi. Cosa l’ha colpita maggiormente?

«La strumentalizzazione del dolore. Il 7 ottobre 2023 rappresenta il più grande trauma collettivo del popolo ebraico dalla Shoah. Inserire in una locandina il riferimento all’operazione “Alluvione al-Aqsa”, il nome scelto da Hamas per il massacro e il rapimento di centinaia di civili, non è un atto di cronaca e non è nemmeno arte. È un’operazione ideologica che fornisce una cornice di legittimazione a un atto terroristico. Accostare a questo il leader di uno Stato democratico, liberamente eletto, pur con tutte le critiche che si possono muovere al suo governo, trasformandolo graficamente in un demone, significa attingere ai peggiori stereotipi antisemiti del secolo scorso, il secolo del nazismo e del fascismo».

Lei ha notato un paradosso nel confronto tra le figure di Hitler e Netanyahu all’interno della mostra. Ci spieghi meglio.

«È l’aspetto più inquietante. Mentre i dittatori del Novecento vengono ritratti mantenendo una fisionomia umana, pur nel loro male storico, la figura del leader israeliano subisce una mutazione mostruosa, non umana. Questo è un richiamo diretto all’iconografia della Der Stürmer. Quando l’ebreo viene rimosso dal genere umano e trasformato in mostro, si prepara il terreno culturale per la sua esclusione, persecuzione e eliminazione. Vedere tutto ciò accanto a simboli religiosi ebraici usati come fregi grotteschi è un insulto alla nostra fede».

Spesso in questi casi si invoca il diritto alla satira. Esiste un confine invalicabile per l’artista?

«La satira morde il potere, non nega l’umanità del bersaglio. Il confine è la dignità della persona e della memoria. Se l’arte diventa un porto franco per riproporre il “virus” dell’antisemitismo sotto nuove vesti, allora l’artista tradisce la sua missione di verità. La mia non è censura, è un richiamo al rispetto civile. Non possiamo accettare che si faccia propaganda sotto il nome di cultura».

Cosa si aspetta ora dal Comune di Martina Franca?

«Spero in un sussulto di coscienza. Non cerco lo scontro legale, ma un gesto di comprensione profonda. La Puglia è terra di accoglienza e di ponti, non può diventare il luogo dove si sdoganano messaggi di odio mascherati da provocazione artistica. Mi auguro che le autorità comprendano che rimuovere quelle immagini non significa limitare la libertà, ma proteggere la dignità di una minoranza e la qualità della nostra democrazia. La Puglia, come tutto il Sud Italia, fino al XV secolo fu casa di numerose comunità ebraiche, prima che la conquista spagnola e l’Inquisizione cercassero di cancellare la presenza ebraica, lasciando agli ebrei due sole possibilità: convertirsi o partire. Proprio per questa storia ebraica, e per la sofferenza attraversata dagli ebrei — molti dei cui discendenti, con radici ebraiche, probabilmente vivono ancora oggi in Puglia — qui è necessaria una particolare attenzione alla tutela dei diritti, della dignità e del nome del popolo ebraico. Mi auguro che le autorità comprendano che rimuovere quelle immagini non significa limitare la libertà, ma proteggere la dignità di una minoranza e la qualità della nostra democrazia».».

Il dialogo tra le fedi può aiutare a ricomporre questa frattura?

«Sempre. Il dialogo è l’unico antidoto alla demonizzazione. Ma il dialogo richiede onestà: non si può costruire nulla se prima non si riconosce all’altro il diritto di non essere insultato nei suoi simboli più sacri e nella sua stessa esistenza. La memoria del male non deve servire a crearne di nuovo, ma a impedirne il ritorno, in ogni sua forma».

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