La cultura del vino a Lucca
Roberto Pizzi.
In un prezioso volume di Eugenio Lazzareschi (1882-1949), che fu Direttore dell’Archivio di Stato di Lucca fra il 1931 e 1949, si può leggere l’apprezzamento per il vino lucchese, nato da uve pregiate, che davano una bevanda gustosa e “di centello” (Lucca nella storia, nell’arte e enell’industria, 1941).
Da esso si apprende che persino Ortensio Lando (1510-1558) descriveva con enfasi la bontà del “vino lucchese, ispezialmente quel che nasce a Vorno, a Forci, a Loppeglia, a San Quirico et a Marlia”.
Il nome di Ortensio Lando, insieme a quello di Juan de Valdés, a Aonio Paleario, Bernardino Ochino ed altri, si ricollega al movimento religioso riformatore del XVI secolo, che investì potentemente anche Lucca. Ospite per ventotto giorni dei patrizi Buonvisi, nella loro villa di Forcidurante l’estate del 1535, vi compose le Forcianae quaestiones ispirandosi all’Utopia di Tommaso Moro. Nella prima delle tre parti che compongono il testo, in presenza di una colta cerchia di patrizi lucchesi e degli erasmiani Giulio da Milano e Annibale Della Croce, esaltava in chiave antitirannica e filorepubblicana la libera città-stato di Lucca, connubio ideale di pietas religiosa, concordia civile e libertas politica.
Questo riconoscimento dell’umanista buongustaio si estendeva ai vini della Maulina, di S. Martino in Colle e di Montecarlo, delle cui colline fu cantato il generoso “Trebbiano” dal Redi nel suo ditirambo, e dal Carli nella sua “Svinatura”. Il Capitolo di San Martino fu solito offrirlo ai Predicatori della Quaresima, e agli altri sacri oratori, come fece al beato Bernardino da Feltre, nel 1489 e nel 1492; e certo quel donativo “di otto fiaschi di vino trebbiano” accompagnato da altri “di vino vermiglio” e poi da “capretti, un marsapane, biscottelli, picce di pane bianco” dovette essere più accetto delle figurine di gesso, che poi il Capitolo regalava ai Predicatori.
Lazzareschi (eravamo nel 1940, e l’Italia era già in guerra), ci informa inoltre dell’apprezzamento espresso dal Duce sulla produzione vinicola della Lucchesia, dopo che aveva gustato il “Montecarlo bianco” alla Mostra dei vini del 1930, nel Cortile del Palazzo di Governo. Per Mussolini questi ottimi vini lucchesi erano
“… nel riposo dopo il lavoro i primi ristoratori della fatica, il vero secondo pane dell’operaio”.
Il vino inizierà a diffondersi, come consumo di massa, solo nel 1700, aiutato dal proliferare delle osterie dove il popolo poteva godere a buon prezzo anche del suo effetto di evasione, che ancora oggi in Castiglia lo fa chiamare “quitapenas”, scacciapensieri.
Una vasta ubriachezza urbana, che non richiede vini di qualità si diffonde dappertutto. Nel Settecento il fenomeno raggiunge le stesse campagne (si dirà che le osterie erano la rovina dei contadini) e si accentua nella città.
In effetti il vino è diventato un alimento a buon mercato, soprattutto il vino di bassa qualità. Anzi, il suo prezzo diminuisce relativamente ogni volta che il grano rincara, lasciando nel dubbio gli storici se il vino avesse potuto costituire una compensazione (come l’alcol), ossia calorie a buon mercato, ogni volta che il pane mancava. Oppure, più semplicemente, che le borse vuotate dai prezzi elevati in tempo di carestia facessero restare il vino con un numero minore di acquirenti, provocando un calo dei prezzi della bevanda.
A Lucca, ancora in epoca recente, vi erano dei poveretti che vivevano di carità e che con due soldi dovevano pranzare. Per loro, in via San Paolino n. 76, dopo la chiesa a destra, c’era Celeste, una specie di bettola con forno di castagnacci, ultra economica, dove si mesceva un buon vino e ci si sfamava con poco.
Un altro popolare locale dei paraggi, in via Beccheria, era “Piombo” che godeva di meritata fama per l’ottimo vino delle campagne lucchesi, tanto da essere conosciuto come “re del cinquantino”, ossia 50 centesimi (tanto costava un bicchiere di vino). Tra i clienti più assidui vi erano, logicamente, i vetturini che stazionavano sui due lati di piazza Napoleone in attesa dei clienti. Fra costoro, Quartuccio, Mangiapreti, Gambogi,…che oggi potrebbero essere degli ottimi sommelliers. E insieme a loro, altra clientela di estrazione popolare si sarebbe ritrovata nelle bettole di “Topo-Topo”, in via Sant’Anastasio, dal “Citti” in piazzetta S. Leonardo, da “Amalia la Fanucchi”, in piazza S. Francesco, nel Bastardo, in via Fontana. Tutti ottimi “bevitori” dei quali si narrava l’abitudine di compiere il loro percorso con un itinerario che, in modo dissacratorio, era detto il “giro delle 7 chiese”: esso contemplava le soste nelle osterie di “Angelino”, in via Fontana; da “Baralla”, da “Martino”, dal “Citti”, dalla “Scimmia”, da “Tre Scalini”, infine, la settima, da “Marino sul Prato” .





