L’IRGC iraniano sta sabotando il proprio cessate il fuoco e i generali rimasti al comando non si fermano
Ariel Piccini Warschauer.
La minaccia americana sul complesso di Kharg e il silenzio di Mojtaba Khamenei dicono più di mille proclami ufficiali. La Repubblica Islamica di questo fine Aprile 2026 non è più quella delle grandi strategie regionali di Qassem Soleimani, ma un corpo ferito che reagisce per riflesso condizionato. Il potere, a Teheran, è scivolato dalle mani degli ayatollah a quelle di un “direttorio” di militari e falchi della sicurezza che non hanno alcun interesse a spegnere l’incendio.
Il vuoto al vertice
L’assenza prolungata del nuovo Leader Supremo, Mojtaba, ufficialmente “in convalescenza” ma di fatto invisibile, ha creato un vuoto di potere. In questo spazio si è insediato un triumvirato di ferro: Ahmad Vahidi, Mohammad Bagher Zolghadr e Mohsen Rezaei. Sono uomini cresciuti nel culto dell’IRGC, convinti che ogni concessione sia l’anticamera della resa definitiva. Mentre il presidente Pezeshkian tenta la carta della diplomazia disperata a Islamabad, i generali sabotano i cavi della comunicazione. L’attacco alle tre navi commerciali nello Stretto di Hormuz, avvenuto poche ore dopo il segnale di apertura di Washington, non è un errore di coordinamento: è un veto armato.
L’asfissia economica
Sul fronte opposto, la Casa Bianca ha cambiato tattica. Non più solo bunker-buster sui siti sensibili, ma una “furia economica” che ha i tratti di un assedio medievale in chiave moderna. Il blocco navale totale sta costando al regime 500 milioni di dollari al giorno. Con il rial polverizzato oltre quota 700.000 contro il dollaro e le riserve di greggio che restano stoccate sull’isola di Kharg senza compratori, Teheran è vicina al punto di rottura sistemico. Le petroliere della “flotta ombra”, che per anni hanno alimentato le casse dei Pasdaran attraverso intermediari russi e cinesi, sono ora sotto i radar dei satelliti del Tesoro USA e dei droni della Navy.
Il bivio di Gerusalemme
Israele intanto, osserva il frazionamento del comando iraniano con una miscela di soddisfazione e allarme. Per l’IDF, il lavoro è a metà: le centrifughe sono state colpite, ma lo stock di uranio arricchito resta una minaccia esistenziale. La dottrina della “testa del polpo” — colpire direttamente il centro decisionale a Teheran anziché i tentacoli in Libano o Yemen — ha funzionato nel decapitare la vecchia guardia, ma ha lasciato il posto a una generazione di ufficiali che preferisce il martirio economico alla firma di un trattato.
Se il prossimo round di colloqui in Pakistan dovesse fallire, la parola passerà inevitabilmente ai pianificatori del comando CENTCOM e dell’aviazione israeliana. La lista degli obiettivi è già stata aggiornata: infrastrutture energetiche e centri di comando dell’IRGC. Il rischio è che Teheran, non riuscendo più a parlare con una voce sola, scelga di “parlare” attraverso le sue batterie missilistiche un’ultima volta, prima che il buio diventi totale.





