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Cara Elly, vai a lezione di garantismo dal premier spagnolo Pedro Sanchez

Stefano Esposito è un ex senatore del Pd prosciolto dopo anni da un’accusa costruita su presunte prove che non potevano essere raccolte e ora ricorda a Elly Schlein l’esempio di garantismo del premier spagnolo in un articolo su Huffington Post.

Negli ultimi mesi Pedro Sánchez, capo del governo spagnolo, è diventato il leader di riferimento del campo progressista italiano ed europeo. Un vero e proprio modello preso a rifermento come in passato era già successo per altri leader della sinistra europea. Eppure, proprio mentre lo si eleva a simbolo di ciò che si vorrebbe essere ma non si è, si tende a vivisezionare accuratamente le sole parti del suo percorso politico che fanno comodo alla narrazione veloce e per slogan dell’era social.

La sinistra italiana non ne parla, ma in Spagna in questi giorni si discute molto del rinvio a giudizio della consorte del premier, Begoña Gómez, per quattro ipotesi di reato: traffico di influenze, corruzione tra privati, malversazione di fondi pubblici e appropriazione indebita di marchio. Il filone di indagine principale nasce da un esposto presentato dall’associazione Manos Limpias (che in italiano si traduce con Mani Pulite!) relativamente alle attività professionali di Gómez e al presunto sfruttamento del proprio ruolo istituzionale per trarne vantaggi personali. 

Parliamo ovviamente di accuse tutte da verificare, che provengono da una realtà vicina all’estrema destra e su cui la magistratura è chiamata a fare piena luce (siamo appena al rinvio a giudizio, tra l’altro). A interessarmi è il dato politico: quando la notizia dell’indagine emerse due primavere fa, Sánchez si prese cinque giorni di riflessione prima di annunciare pubblicamente la volontà di restare al governo e di reagire a quella che definì una “macchina del fango”.

Immaginiamo per un attimo uno scenario analogo in Italia: il compagno o la compagna del presidente del Consiglio coinvolti in un’indagine con questi capi d’accusa. Quanto tempo passerebbe prima che una parte significativa dell’attuale classe dirigente di sinistra – quella che negli anni ha costruito la propria identità su un riflesso giustizialista – chieda dimissioni immediate, invocando responsabilità politiche, etica, morale e parvenza di onestà? Mezza giornata, forse meno.

Cosa ci dice questa vicenda? A mio parere che la sinistra non può continuare a oscillare tra garantismo e giustizialismo a targhe alterne, saltando alla giugulare del nemico al primo avviso di garanzia e fischiettando quando tocca agli amici. 

È Sánchez il nuovo modello della sinistra europea? Evviva. Ma che lo sia in toto, a partire da come ha gestito politicamente questa vicenda: rivendicando il diritto alla difesa, ponendo un limite all’automatismo tra avviso di garanzia e condanna mediatica. Un ritorno a una cultura garantista che è nel Dna di quella sinistra per cui tanti di noi si sono battuti negli anni, prima che la stagione del giustizialismo forcaiolo e manettaro la sfigurasse, anzi la annientasse, definitivamente.

La sinistra italiana, il Pd in primis, tragga esempio dalla vicenda Sánchez non solo per le sue politiche e il suo pacifismo antitrumpiano, ma anche per il suo approccio alla separazione dei poteri. Su questo tema, tanto sbandierato nella recente campagna referendaria, la segretaria del Pd potrebbe imparare molto dal compagno Pedro.

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