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Fondazione Mps, tanti retroscenisti che perdono di vista la scena

Aver scritto su sfogliamo.eu nel pomeriggio di sabato 18 aprile che oltre a Pier Luigi Fabrizi, di cui si parla da settimane, c’è la candidatura di Mauro Rosati, direttore della Fondazione Qualivita, a presidente della Fondazione Monte dei Paschi ha stimolato alcuni commentatori a cercare retroscena perdendo di vista la scena. Qual è la scena? Per l’elezione del presidente servono 11 voti su 14 membri della deputazione generale e gli enti nominanti, incapaci perfino di accordarsi su una mozione programmatica, cercano una mediazione ma alcuni pongono veti sull’età, altri sul profilo professionale, altri sul passato, con il risultato che il 22 aprile ci sarà la prima votazione a cui, in caso di fumata nera, ce ne sarà un’altra dopo 72 ore. In caso di ulteriore stallo si profila l’arrivo di un commissario e di questo parla Pierluigi Piccini (nella foto) nel suo blog con l’articolo di seguito, rassicurandolo che non ci sono “antichi rancori”.

C’è una parola che nelle conversazioni nei corridoi di Palazzo Sansedoni, lungo la Costarella e in Piazza Salimbeni nessuno pronuncia, ma che aleggia su tutta la vicenda della presidenza della Fondazione MPS come una spada di Damocle silenziosa: commissario.

Non è una minaccia astratta. È il finale logico di una storia che si sta raccontando da sola, con una trama già scritta nel D.lgs. 153/1999 — la cosiddetta legge Ciampi — che attribuisce al Ministero dell’Economia e delle Finanze poteri di controllo ordinari e straordinari sulle fondazioni bancarie, vigilanza che abbraccia il rispetto della legge e degli statuti, la sana e prudente gestione, la redditività del patrimonio e la tutela degli interessi statutari. Traduzione in italiano corrente: se la Fondazione si inceppa, il MEF può intervenire. E intervenire significa, nell’ipotesi estrema, commissariamento.

Eppure a Siena si fa finta di non saperlo.

La scena che si consuma in queste ore — con la scadenza del 22 aprile che incalza, undici voti su quattordici richiesti, e nessuna delle due coalizioni in grado di arrivarci da sola — ha tutta l’aria di un gioco del pollo in cui entrambe le parti credono che l’altra si tirerà fuori per prima. Il centrosinistra con i suoi nove voti non sufficienti, il centrodestra con i suoi cinque nominati che non bastano neppure loro, e nel mezzo i grandi manovratori di sempre: Alfredo Monaci che tenta di resuscitare Fabrizi dalla porta di servizio facendo pesare i voti di Alessandro Piccini e Massari, per far scalare di grado il suo uomo — Alessandro Piccini appunto — verso la vicepresidenza e la deputazione amministratrice. Stefano Bisi si muove convergendo — parrebbe — sulla stessa casella, con il vago retrogusto di un’operazione che sa di accordo trasversale tra sponde politiche che ufficialmente non si parlano.

È la Siena che fu. Quella delle geometrie variabili, dei capibastone, della trasversalità che non guarda ai curricula ma alle poltrone. Il copione è identico a quello del 2012, quando consiglieri vicini a Monaci contribuirono a far cadere Ceccuzzi. Cambiano i nomi, restano le logiche.

Ma il 2026 non è il 2012, e la Fondazione MPS non è più quella del 2012. Opera in un contesto radicalmente mutato: MPS ha acquisito Mediobanca, è diventata il terzo gruppo bancario italiano, il suo CEO è indagato per aggiotaggio, il suo primo azionista è al centro della stessa inchiesta. La Fondazione — che oggi non controlla più la banca ma ne è ancora azionista rilevante — naviga in acque dove ogni mossa istituzionale ha risonanza sistemica. Non è più un affare locale.

E il MEF non è uno spettatore neutro. Nel contesto politico attuale — con un governo di centrodestra che ha gestito l’uscita dello Stato dal capitale MPS e che attraverso il Ministero della Cultura nomina già un componente della deputazione generale (Fiamma Cardini) — un commissariamento della Fondazione MPS non sarebbe un atto tecnico. Sarebbe un atto politico di prima grandezza. Il commissario lo nominerebbe il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, Lega, centrodestra. Significherebbe che Roma prende in mano ciò che Siena non è stata capace di governare.

Questo è il punto che i grandi manovratori sembrano non vedere, o fingono di non vedere. La partita che giocano è una partita di potere locale, calcolata su equilibri di consiglio comunale, su bilanci da votare, su minacce di crisi di maggioranza. Monaci mette sul tavolo la tenuta della giunta Fabio. Bisi muove i suoi pezzi con la memoria di antichi rancori. Il Pd di Franceschelli e Bezzini — freschi di accordo sul segretario provinciale — non riesce a tirare fuori un nome condiviso.

Nel frattempo, il D.lgs. 153/99 aspetta paziente.

La storia delle fondazioni bancarie italiane conosce bene il commissariamento come epilogo delle crisi di governance prolungate. Non è uno scenario impossibile. È uno scenario che diventa più probabile ogni ora che passa senza che si trovi un presidente. E sarebbe, per Siena, qualcosa di ben più grave di una sconfitta politica: sarebbe la certificazione che questa città non è più capace di governare se stessa nemmeno nelle istituzioni che portano il suo nome.

C’è ancora tempo fino al 22 aprile. Ma il tempo non è dalla parte di chi gioca a fotofinish mentre il Ministero guarda.

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