#ESTERI

La guerra necessaria

Alessandro Palumbo.

La sinistra italiana ed europea ha riscoperto la sua vocazione Pacifista. In una situazione in cui il mondo è in fiamme per l’aggressione russa in Ucraina e per la guerra israeloamericana in Medio Oriente, la sinistra si limita a slogan che pur nobili hanno il sapore della banalità.

La richiesta della pace è una aspirazione certamente di tutte le persone di buon senso, ma non può e non deve essere disgiunta dalla capacità di analisi della situazione e di proposte.

Le manifestazioni oceaniche organizzate dalla sinistra, dai sindacati e dalle associazioni cattoliche rifuggono invece da ogni sforzo di analisi, e nella loro “ingenuità” finiscono per confondere colpe e colpevoli.

La sensazione più spiacevole è che a volte la richiesta di pace assuma il significato del quieto vivere. Lo slogan sembra essere “lasciateci vivere in pace” con le nostre comodità, chiudendo gli occhi su quello che avviene in nazioni vicine a noi (salvo quando si può urlare tutto l’odio per il mondo libero occidentale).

Il costo dell’energia, la scomodità nel viaggiare sono il sottotitolo della richiesta di pace.

Non mi sfugge la buona fede della cosiddetta “generazione Gaza”, ne le giuste preoccupazioni per le vittime civili, ma senza una analisi della complessità si finisce per avere una eterogenesi dei fini e di fatto favorire le vere forze  che prosperano nella guerra, cosi è successo con Hamas, cosisuccede con l’Iran degli ayatollah.

Esiste una guerra giusta? O più propriamente una guerra necessaria? Sembra che la risposta della sinistra ufficiale sia sempre NO, eppure per liberarci dal fascismo e dal nazismo è stata necessaria una guerra, per salvare una parte della Corea è stata necessaria una guerra, per liberare le Filippine è stata necessaria una guerra, l’unità di Italia è stata possibile con una guerra.

Si possono fare molti esempi di guerre necessarie e invece di guerre folli, il discrimine  è sempre lo stesso: la capacità di analisi e di ricerca di soluzioni alternative giuste e non qualsiasi.

Che il pacifismo ad oltranza non sia sempre la risposta giusta è una idea che anche parte della sinistra ha fatto propria: una corrente di pensiero da riscoprire perché ha coinvolto intellettuali di sinistra, la corrente dell’interventismo democratico che nasce con la prima guerra mondiale.

Un movimento di origine repubblicana mazziniana, socialista dissidente, rivoluzionaria.

I socialisti riformisti Gaetano Salvemini, Leonida Bussolati, Carlo Rosselli, il repubblicano Pietro Nenni, il sardista Emilio Lussu, il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, lo stesso Gramsci scriverà di neutralità attiva e operante.

Un movimento che vedeva la guerra necessaria per liberare l’Europa da regimi autoritari e liberare popoli oppressi, una occasione storica per un grande cambiamento.

Profondamente diverso dal movimento nazionalista era consapevole della ferocia della guerra, ma l’analisi critica della situazione europea gliela indicava come una necessità storica: uno scontro tra le democrazie e le autocrazie, uno scontro che non poteva vedere la sinistra neutrale.

Sicuramente una minoranza nella sinistra, che scelse ufficialmente la neutralità, ma un movimento che, pur tra mille turbamenti (ne è l’esempio il capolavoro di Emilio Lussu “un anno sull’altopiano”) decise che tra democrazie e autoritarismo non si poteva non scegliere.

Furono uomini che confluirono poi nella lotta antifascista , dove il tema della necessità delle azioni di guerra trovò nuovi spunti e analisi, soprattutto tra gli aderenti in Giustizia e Libertà, azionisti si chiamarono proprio per la scelta di porre l’azione di forza come necessità.

Un movimento di idee e riflessioni che dovrebbe aiutarci ad essere meno “banalmente” pacifisti, a capire che la pace non si costruisce sacrificando popoli (come ucraini o iraniani), che non esiste una guerra giusta, ma può esistere una guerra necessaria.

Nel 1936 Carlo Rosselli partecipò alla guerra civile spagnola , costituendo una colonna di combattenti italiani insieme all’anarchico Camillo Berneri (poi ucciso dai comunisti) e scrisse a Salvemini “piuttosto che aspettare il giusto modo (juste milieu in originale) e il regno della ragione in tempi di rivoluzione è meglio viverla”.

In tempi come questi mi sento vicino alle idee degli interventisti democratici, contro le autocrazie e le teocrazie, perché la coscienza non si placa sventolando una bandiera della pace, ma schierandosi contro chi opprime ed è causa di distruzione e morte.

Bisogna avere la capacità critica di saper scegliere, sapendo che le scelte sono dolorose e hanno un costo, ma in accordo con una frase celebre di Salvemini “bisogna che la guerra uccida la guerra”.

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