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Harry e Meghan in Giordania mentre Buckingham Palace trema

Ariel Piccini Warschauer.

Non chiamatelo tour reale, ma non osate definirla una semplice vacanza. Mentre a Londra l’aria si fa pesante — tra lo scandalo che ha travolto l’ex principe Andrea e una monarchia che cerca faticosamente di ridefinire i propri confini — a circa cinquemila chilometri di distanza, ad Amman, Harry e Meghan dimostrano che si può essere “non attivi” per la Corona, ma iperattivi per il mondo.

Atterrati in Giordania questo 25 febbraio, i Sussex hanno scelto la strategia del fatto compiuto: un preavviso di poche ore, quanto basta per far sollevare le sopracciglia a Buckingham Palace, ma non abbastanza per permettere ai tabloid di organizzare il consueto tiro al bersaglio preventivo.

Meghan è apparsa impeccabile. Abbandonati i toni scuri del periodo californiano, ha optato per un tailleur-pantalone crema firmato Veronica Beard. Una scelta cromatica che comunica pace, neutralità, ma anche un’eleganza da “business-humanitarian” che sembra dire: sono qui per lavorare. E il lavoro è serio: una tavola rotonda con i vertici dell’OMS e dell’UNICEF per discutere dei bisogni dei rifugiati.

Non è un caso che questo viaggio avvenga a soli quindici giorni dalla visita ufficiale di William in Arabia Saudita. Se il futuro Re si muove sui binari della diplomazia di Stato, Harry e Meghan scelgono la via delle organizzazioni internazionali. Invitati da Dr. Tedros Adhanom Ghebreyesus (dell’Organizzazione Mondiale della Sanità), i Sussex si posizionano in una zona grigia estremamente influente: quella dei cittadini del mondo con un passaporto che pesa ancora come se avesse la corona marcata a caratteri cubitali. 

Nonostante l’esilio a Montecito, il legame con la “Ditta” non è del tutto reciso. Philip Hall, l’ambasciatore britannico in Giordania, ha accolto la coppia con parole di profonda gratitudine. Un dettaglio non da poco: la coppia ha informato il Palazzo prima della partenza. Una mossa di cortesia che sa di strategia, per evitare accuse di insubordinazione mentre la Royal Family è già sotto pressione per le vicende giudiziarie di Andrea.

Ma è nel campo profughi di Za’atari che i Sussex giocano la loro carta migliore. Meghan raccoglie i capelli, infila un outfit formale e si siede ad ascoltare una lezione di musica classica tra i giovani rifugiati siriani. È la “Meghan dei primi tempi”, quella che buca lo schermo non per i gioielli che indossa, ma per la capacità di connettersi empaticamente con l’interlocutore, come accadeva ai tempi di Lady D.

La giornata si chiuderà con lo staff della World Central Kitchen, l’associazione di José Andrés che coordina gli aiuti alimentari per Gaza. Un tema caldissimo, che Harry e Meghan toccano con la sicurezza di chi non deve rispondere alle prudenze del Ministero degli Esteri britannico.

Mentre il Principe Andrea scompare dalle scene per motivi ben più oscuri, Harry e Meghan riemergono nel deserto giordano con una missione che sa di rebranding della Corona britannica. Se il loro obiettivo era dimostrare che la rilevanza non dipende da un titolo di “Sua Altezza Reale”, la missione ad Amman sembra essere, almeno per ora, un successo diplomatico e di stile. 

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