L’inferno alla Constellation, quella scala era una fornace
Ariel Piccini Warschauer.
Non è stato solo un incendio; è stata una collisione fatale tra fisica e negligenza. Mentre i rilievi tecnici restituiscono l’immagine di una «fornace» sotterranea capace di generare temperature da fusione, le testimonianze dei residenti del palazzo sopra il locale Le Constellation compongono il mosaico di una tragedia annunciata, fatta di esposti ignorati e ristrutturazioni improvvisate.
La fisica del disastro: l’effetto camino
Marcus Alter, esperto di prevenzione incendi e veterano dei vigili del fuoco, non usa mezzi termini analizzando le immagini scattate nel post-rogo. Il focolaio, partito dal seminterrato, ha innescato quasi istantaneamente un flashover: un muro di fuoco che ha saturato l’ambiente. «Il calore tende a salire», spiega Alter. «La scala del locale ha agito come un camino, convogliando temperature estreme verso l’alto».
Le scene descritte dal perito sono agghiaccianti. Chi tentava la fuga verso il piano terra si è trovato con oltre 300 gradi alle spalle e una pioggia di plastica fusa sulla testa, colata dai pannelli del soffitto che stavano letteralmente liquefacendosi.
Ma il dettaglio più straziante emerge da una foto del piano terra: un chiavistello deformato su una porta di servizio. «È la prova del panico», osserva Alter. «Quella porta portava all’esterno. Non aveva serratura, bastava tirare il fermo. Ma il fumo nero e opaco lo ha reso invisibile. Chi ci ha provato, con le ultime forze, ha solo deformato il metallo per il calore e la pressione, rendendolo definitivamente inutilizzabile».
Il fumo: un killer opaco
A uccidere, prima ancora delle fiamme, è stata la chimica dei materiali. La combustione delle schiume sintetiche degli arredi ha sprigionato acido cianidrico e diossine. «Dieci chili di schiuma possono produrre fino a 25 mila metri cubi di fumo», ci dice l’esperto. Un volume enorme, capace di oscurare ogni via di fuga in pochi secondi, trasformando l’aria in un veleno impenetrabile.
La voce dei residenti: «Sapevamo che sarebbe finita male»
Mentre i tecnici analizzano i resti, tra i sopravvissuti del palazzo cresce la rabbia. Fabio Cappelletti, architetto e antiquario che vive al quinto piano della struttura dal 1970, descrive un declino inesorabile iniziato con l’arrivo della gestione Moretti.
«Per decenni è stato un posto tranquillo. Poi tutto è cambiato: musica alta fino alle due, fumo che risaliva i piani, degrado e sporcizia ovunque», racconta Cappelletti. «Avevamo creato un comitato, formato d un gruppo di residenti esasperati, e chiesto controlli, fatto segnalazioni. Nulla». L’uomo esprime sconcerto anche sui presunti lavori di insonorizzazione: «Certe cose non si improvvisano. Quando ho letto dei pannelli montati da personale non specializzato, sono rimasto senza parole».
La notte della strage
Il ricordo della notte di Capodanno è un boato che squarcia il sonno. «Ci ha svegliato un colpo enorme, come l’esplosione di una caldaia», ricorda Cappelletti. «Ho aperto la porta e sono stato travolto da una colonna di fumo. L’elettricità era saltata. Siamo fuggiti sul balcone e i soccorritori ci hanno fatto scavalcare da un parapetto all’altro, al buio, a 70 anni, con il vuoto sotto di noi».
Cappelletti è sceso in strada «nero come uno spazzacamino», per assistere all’orrore finale davanti all’ingresso del locale. Mentre l’inchiesta prosegue, la sua richiesta è quella di un intero paese: «Devono essere condannati tutti i responsabili. Non si può morire così per una festa».





