Felice Matteucci, il toscano che inventò il motore a scoppio insieme allo scolopio Eugenio Barsanti
Roberto Pizzi.
La “Fondazione Barsanti e Matteucci ETS” di Lucca ha organizzato quattro giornate di eventi, a partire dal 12 febbraio, per ricordare la nascita dell’ingegnere Felice Matteucci, uno dei due inventori del motore a scoppio (l’altro fu il padre scolopio Eugenio Barsanti).
Le celebrazioni si svolgeranno nella centralissima Piazza del Giglio, dove su una facciata delPalazzo Arnolfini campeggia la targa che ricorda il luogo e la data di nascita di Matteucci.
Il manufatto con l’epigrafe risale al 1932 ed è stato finalmente restaurato, rendendo leggibile l’iscrizione che il tempo aveva deteriorato. Già nelle pagine del mio libro “Conoscere Lucca – Industria prodotti del territorio” (Lucca, 2019) avevo riportato alla memoria la storia di questa invenzione ed il problema della illeggibilità della targa, auspicandone il restauro, dopo che a fatica, in qualche modo, avevo decifrato e riportato sul libro il testo dell’epigrafe (pag.117), che è il seguente:
In questa casa paterna nacque il 12 febbraio 1808 Felice Matteucci – fisico, matematico, idraulico peritissimo – inventore col Padre Eugenio Barsanti da Pietrasanta del motore a scoppio. Il loro nome sarebbe più noto se gli stranieri non avessero ad ambedue rapito con l’invenzione, la gloria. La Reale Accademia ed il Comune di Lucca posero il 12 giugno 1932.
In queste righe provo a riassumere la storia dell’importantissima invenzione e di coloro che ne furono protagonisti, rivoluzionando la nostra società. Un’ accreditata versione storica sull’invenzione del motore a scoppio applicato alla locomozione attribuisce la paternità a Etienne Lenoir, che nel 1859 aveva realizzato un motore azionato da una miscela di gas e aria. Nel 1862 Beau de Rochas perfezionò il modello adottandogli il ciclo a quattro tempi (aspirazione, compressione, scoppio e scarico). Ma il principio non ebbe utilizzazione effettiva finché nel 1876 Nikolaus August Otto non lo combinò con la precompressione della carica, ottenendo la prima macchina a gas, cosiddetta “silenziosa” che invase il mercato mondiale nel giro di pochi anni.Nella storia dell’applicazione del motore a scoppio alle vetture si inseriranno poi, i nomi di Rudolf Diesel e Gottlieb Daimler, di Karl Friedrich Benz , dell’inglese Clerk, dello statunitense Brayton.
Ma a questa lista mancano due nomi, che dovrebbero invece, aprire l’elenco, precedendo il nome di Lenoir. E sono i nomi di due scienziati lucchesi che – col loro genio e la loro perseveranza – aprirono la via all’avvincente storia del motore a scoppio: l’ingegnere Felice Matteucci e il padre scolopio Eugenio Barsanti. Furono loro a dare il via agli studi e agli approfondimenti (nel 1843) che porteranno all’invenzione del motore a esplosione interna, sulla base della esperienza di Alessandro Volta (1776), creatore dell’apparecchio “elettroflogo-pneumatico” (comunemente conosciuto come la “pistola di Volta”, la quale per mezzo di una scintilla elettrica crea un’esplosione e quindiprovoca un movimento forzato).
Felice Matteucci (1808-1887) era un ingegnere idraulico e meccanico, che non aveva tralasciato, nella sua formazione educativa, le discipline umanistiche. Si era specializzato a Parigi, e nel 1835 aveva lavorato al prosciugamento del lago di Bientina, inventando macchine per il sollevamento delle acque.
Eugenio Barsanti (1821 – 1864) era nato a Pietrasanta (Lucca) e dopo gli studi in un istituto versiliese, passò a Volterra nel collegio di San Michele. Entrò nell’ordine religioso degli Scolopi e laureato in Fisica, Matematica e Filosofia, insegnò nel collegio S. Giovannino di Firenze.
Il 5 giugno 1853 il padre scolopio Barsanti e l’ingegnere Matteucci, che si erano conosciuti durante i lavori nel Bientinese ed erano diventati amici, depositarono all’accademia dei Georgofili di Firenze una memoria della loro invenzione; il 13 maggio del 1854 ottennero un primo brevetto che aveva per titolo “Nuovo metodo perfezionato per impiegare le esplosioni di una miscela di aria atmosferica e di gas infiammabile o in generale di un fluido detonante per conseguire una forza utile”; nel 1856 passarono all’ attuazione pratica dei loro studi, facendo costruire in Belgio il loro primo motore a scoppio. Nel 1857 ottennero un secondo brevetto inglese, seguito da uno francese nel 1858 e da due italiani. Ottennero, poi, un brevetto belga e un altro ancora in Italia. Purtroppo, nel 1859 cominciarono seri problemi. Durante la costruzione di un altro esemplare nelle officine Benini di Firenze, alcuni stranieri vennero a conoscenza del progetto e ne misero al corrente vari ingegneri del loro paese, dando corso ad un episodio di spionaggio industriale, del quale ne approfittarono altri soggetti interessati. Matteucci cercò di far valere i propri diritti, recandosi subito a Parigi. Ma le delusioni alle quali andò incontro gli provocarono un esaurimento nervoso che lo costrinse a tornare a Lucca per curarsi. Altrettanto cercò di fare Barsanti, che corse a Liegi per reclamare i riconoscimenti dovuti, ma qui si ammalò di tifo e dopo pochi anni morì. Sulla paternità dell’invenzione dei due lucchesi non vi erano dubbi e, a quanto sembra, il motore italiano, sarebbe stato anche superiore a quelli che vennero dopo, permettendo, in particolare, un minore consumo di gas.
Il “caso Barsanti e Matteucci”, come è stato tramandato, non ha dunque una conclusione felice elascia l’amaro in bocca.
Il miglioramento tecnico-scientifico della nostra civiltà si è ottenuto, nel tempo, con la collaborazione, con l’insegnamento, con la spontanea e reciproca trasmissione delle conoscenze, ma anche – non ultima – con l’imitazione.
Tuttavia le vicende che videro sottrarre a Matteucci ed a Barsanti il riconoscimento dei loro meritinon sembrano appartenere a quel circuito virtuoso della trasmissione delle esperienze che ha permesso alla scienza e alla tecnica un grandioso sviluppo. Anzi, ci riportano a quei i vizi della natura umana difficili da estirpare, che attengono alla sfera dei comportamenti squisitamente egoistici, dai quali siamo condizionati, nell’agire, dalle nostre imperfezioni originarie.





