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Minneapolis, il Boss suona la carica contro il presidente degli Usa

Ariel Piccini Warschauer.

Bruce Springsteen pubblica “Streets of Minneapolis” e si esibisce per le vittime dell’ICE. Intanto l’amministrazione arresta l’ex anchor della CNN Don Lemon: “Attacco al Primo Emendamento”. Il Presidente non arretra e insulta l’infermiere ucciso dai federali: “Era un agitatore”.

Minneapolis non è più solo una città: è il cratere di un’America che brucia, divisa tra la repressione militare dell’amministrazione Trump e una resistenza civile che ha ormai il volto di chi non ha più nulla da perdere. Migliaia di persone sono scese in strada sfidando temperature polari per gridare la propria rabbia contro l’ICE (Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale diventata il braccio armato della linea dura sull’immigrazione. A dare voce alla rivolta è arrivato lui, Bruce Springsteen, che ha trasformato una commemorazione in un atto di accusa politico senza precedenti.

Il Boss contro il “terrore di Stato”

Springsteen ha scelto di non stare a guardare. Sul palco del concerto “Defend Minnesota”, insieme a Tom Morello e ai Rise Against, il Boss ha presentato “Streets of Minneapolis”, un brano crudo scritto a caldo dopo l’uccisione dei manifestanti Renee Good e Alex Pretti, entrambi cittadini americani colpiti a morte da agenti federali questo mese.

“Ho scritto questa canzone in risposta al terrore di Stato che si è abbattuto su questa città”, ha urlato Springsteen alla folla, con la scritta Arrest the President bene in vista sulla chitarra. I proventi del brano andranno interamente alle famiglie delle vittime, trasformando il rock in uno scudo contro quella che Springsteen ha definito una “gestapo anti-immigrazione”.

L’arresto di Don Lemon: giornalismo sotto scacco

Ma la battaglia non si combatte solo a suon di musica. Il clima da caccia alle streghe ha colpito anche il mondo dell’informazione. Don Lemon, ex volto storico della CNN, è stato arrestato nella notte a Los Angeles. L’accusa? Violazione dei diritti civili e interferenza con la libertà di religione.

Il motivo formale è una copertura giornalistica effettuata da Lemon lo scorso 18 gennaio in una chiesa di St. Paul, dove un funzionario dell’ICE presta servizio come pastore. L’amministrazione Trump parla di “cospirazione”, ma per il Committee to Protect Journalists e per il leader dem Hakeem Jeffries, si tratta di un “attacco eclatante al Primo Emendamento”. Lemon è stato rilasciato dopo una breve udienza, ma dovrà presentarsi in tribunale proprio a Minneapolis il prossimo 9 febbraio.

Il caso Pretti: la verità nei video (mentre Trump insulta)

Al centro del conflitto resta la morte di Alex Pretti, l’infermiere di 37 anni ucciso sabato scorso. Se in un primo momento Trump aveva usato toni vagamente conciliatori, nelle ultime ore è tornato all’attacco definendo la vittima un “agitatore e cospiratore”.

Il Dipartimento di Giustizia ha aperto un’indagine sui diritti civili, ma i video emersi raccontano una storia parziale e violenta: in uno si vede un uomo (identificato come Pretti) calciare l’auto degli agenti, in altri – confermati da testimoni – si vede Pretti bloccato a terra e colpito da almeno dieci colpi di arma da fuoco. Secondo la polizia locale, l’uomo aveva un regolare porto d’armi, ma non lo stava usando contro i federali.

Una città fuori controllo

Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, è stato categorico: “L’ICE deve andarsene. Questa è ritorsione politica, non sicurezza”. Mentre la Casa Bianca invia migliaia di agenti per quella che definisce una “pulizia dei criminali”, la città risponde con fischietti, barricate e una solidarietà che sta contagiando altri 46 Stati sotto lo slogan: “No work. No school. No shopping. Stop funding ICE”.

La guerra di Minneapolis è appena iniziata e il 9 febbraio, con il ritorno di Don Lemon in aula e le indagini sulla morte di Pretti che entrano nel vivo, il termometro della democrazia americana rischia di esplodere definitivamente.

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