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L’America contro se stessa, la crisi della democrazia liberale

Biagio Marzo.

L’eutanasia della democrazia degli Stati Uniti d’America sotto la presidenza Trump. La storia del Novecento lo insegna con chiarezza: quando un capo dello Stato costruisce o utilizza un corpo di polizia separato — o di fatto sottratto — al controllo ordinario delle istituzioni, il passaggio verso il regime non è più un’ipotesi astratta. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha trasformato l’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, in uno strumento politico di repressione. I precedenti storici non mancano: Stalin con l’NKVD, Mussolini con l’OVRA, Hitler con la Gestapo. Non si tratta di forzature retoriche, ma di esempi noti per l’uso sistematico della violenza e per l’annientamento dello Stato di diritto. 

La storia americana, del resto, non è immune da stagioni di compressione delle libertà. All’inizio degli anni Cinquanta gli Stati Uniti conobbero la campagna repressiva del maccartismo: un periodo di violento anticomunismo (1950-1953), promosso dal senatore Joseph McCarthy, caratterizzato da indagini aggressive, “liste nere” e persecuzioni politiche. Quella che fu definita una vera e propria caccia alle streghe — nel clima della Guerra fredda e della cosiddetta “paura rossa” — colpì migliaia di cittadini, intellettuali, funzionari pubblici e artisti, limitando gravemente le libertà civili e il diritto al dissenso. Un precedente che dimostra come anche la democrazia americana, nei momenti di paura e radicalizzazione ideologica, possa smarrire i propri anticorpi liberali. Negli Stati Uniti di oggi, a Minneapolis, l’ICE ha ucciso a sangue freddo una giovane madre e un giovane infermiere. Episodi che non possono essere derubricati a semplici incidenti, ma che segnano i prodromi di una guerra civile strisciante. Trump ne è consapevole, mentre i sondaggi scivolano pericolosamente verso il punto di non ritorno. E tuttavia il presidente non è riuscito — almeno finora — a occupare tutti i gangli del potere: la Federal Reserve, guidata da Jerome Powell, e ampi settori dell’apparato giudiziario restano presìdi di resistenza istituzionale. È qui che emerge la più clamorosa contraddizione americana. Gli Stati Uniti che per decenni si sono presentati come esportatori di democrazia e libertà oggi ne stanno consumando l’eutanasia al proprio interno.

A partire dagli anni Novanta, con l’affermazione della dottrina neo-conservatrice, Washington ha rivendicato il diritto di usare la forza militare, anche unilateralmente, per rovesciare regimi dittatoriali o governi considerati anti-americani, sostituendoli con esecutivi subordinati o con democrazie liberali “guidate”. L’idea dell’“esportazione della democrazia” — spesso tradotta in interventi armati — viene ora smentita dai fatti: ciò che si pretendeva di insegnare al mondo viene smantellato in casa propria. Trump avanza come un rullo compressore. Svuota le istituzioni, calpesta l’equilibrio dei poteri (balance of power), punisce le università tagliando i finanziamenti, minaccia di riprendersi il Canale di Panama, pretende di ribattezzare il Golfo del Messico come “Golfo d’America”, evoca il ritorno al “Dipartimento della Guerra” al posto del Dipartimento della Difesa. Maltratta l’Europa, insidia la Groenlandia — territorio autonomo del Regno di Danimarca e partner della NATO — e guarda al Canada come a un oggetto del desiderio geopolitico.

È la cifra di una politica imperiale senza più veli né mediazioni. Trump, 45º presidente degli Stati Uniti dal 2017 al 2021 per il Partito Repubblicano, ha vinto le elezioni presidenziali del 2024 contro la candidata democratica Kamala Harris ed è tornato alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025. È il presidente più anziano mai insediato: 78 anni e sette mesi, superando il primato di Joe Biden. La sua presidenza scade tra quattro anni, ma il vero banco di prova saranno le elezioni di metà mandato, le midterm, che si terranno in autunno. Quelle consultazioni non ammetteranno appello.

Hic Rhodus, hic salta.

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