Il piano segreto di Hamas per restare al potere
Ariel Piccini Warschauer.
Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. E, a quanto pare, nemmeno la speranza di restare in sella. Mentre la diplomazia internazionale lavora freneticamente alla “Fase II” del cessate il fuoco a Gaza, Hamas sta già preparando la sua mossa per evitare l’estinzione. Il piano è tanto semplice quanto pericoloso: trasformare i propri miliziani in poliziotti “civili”, garantendosi così il controllo del territorio sotto una nuova, rassicurante veste istituzionale.
L’asse Ankara-Doha
Secondo le ultime indiscrezioni trapelate dagli incontri avvenuti in Turchia, Hamas avrebbe messo sul tavolo una condizione precisa: l’integrazione di circa 10.000 dei suoi attuali agenti di polizia in una nuova forza di sicurezza. Non è un segreto che la Turchia di Erdogan, invitata a sedere nel prestigioso “Board of Peace” voluto da Donald Trump, stia agendo da sponsor politico per questa transizione mascherata. Una prospettiva che fa raggelare Gerusalemme, da sempre contraria a concedere ad Ankara un ruolo decisionale nella gestione del dopo-guerra.
Il “trucco” della polizia civile
Per anni, parte della comunità internazionale ha colpevolmente chiuso gli occhi, considerando la polizia di Hamas come un’entità separata dalle Brigate al-Qassam. Un errore di valutazione che Israele non è più disposto a tollerare. La storia parla chiaro: nel 2008, all’inizio dell’Operazione Piombo Fuso, i primi obiettivi colpiti furono proprio i cadetti della polizia, considerati a tutti gli effetti parte integrante della struttura di comando del gruppo terroristico.
Eppure, i flussi di denaro dal Qatar — paradossalmente autorizzati per anni in funzione anti-caos — hanno foraggiato questo sistema, pagando gli stipendi di 27.000 dipendenti pubblici, poliziotti inclusi. Gente che, come Ibrahim Bakker (un agente citato in un report del 2018), definiva quegli stipendi come “i frutti della Marcia del Ritorno”, ovvero delle violente proteste contro il confine israeliano.
La sfida dell’Occidente (e il ruolo dell’Italia)
Il nodo resta il disarmo. Come si può parlare di una Gaza demilitarizzata se 10.000 uomini legati a Hamas continuano a girare armati, seppur con “armi leggere”? La soluzione alternativa passa per l’Egitto e l’Europa. Si parla di addestrare una nuova forza di sicurezza composta da membri dell’Autorità Palestinese o civili non affiliati alle fazioni radicali.
In questo scenario, l’Italia potrebbe giocare un ruolo di primo piano nel training dei nuovi agenti, insieme alla missione EUPOL COPPS che già opera in Cisgiordania. Il generale americano Jasper Jeffers, appena nominato comandante della Forza di Stabilizzazione Internazionale, dovrà supervisionare una “smilitarizzazione globale” che appare però come una missione impossibile se Hamas riuscirà a infiltrare i suoi uomini nei nuovi ranghi.
Il rischio del “Gattopardo” palestinese
Il pericolo è che tutto cambi affinché nulla cambi. Hamas, sostenuto da Qatar e Turchia, punta a rendere i propri quadri civili indispensabili per l’amministrazione dei 2 milioni di abitanti della Striscia. Israele ha già alzato il muro: nessuna ricostruzione e nessun nuovo assetto potranno prevedere la sopravvivenza, anche sotto mentite spoglie, di chi ha orchestrato il massacro del 7 ottobre. La partita per Gaza è appena iniziata, e la divisa da poliziotto rischia di essere l’ultimo travestimento di un’organizzazione che non ha alcuna intenzione di deporre le armi.






