Ups, la cura da 30mila licenziamenti e l’algoritmo ringrazia
Ariel Piccini Warschauer.
Mentre Wall Street stappa lo champagne, 30.000 famiglie si preparano a un anno di incertezza. Il gigante delle spedizioni UPS ha annunciato martedì l’ennesima sforbiciata alla forza lavoro: 30.000 posti operativi in meno entro la fine del 2026. Una decisione che arriva paradossalmente insieme a conti che sorridono: utili trimestrali oltre le attese e previsioni di ricavi in crescita. È il ritratto perfetto del capitalismo moderno: l’azienda sta bene, ma chi ci lavora deve sparire.
La macelleria sociale in numeri
Non è un fulmine a ciel sereno, ma la prosecuzione di una strategia che somiglia sempre più a un piano di smantellamento del lavoro umano. Nel solo 2025, UPS aveva già dato il benservito a 48.000 persone. Se la matematica non è un’opinione, in meno di due anni il corriere marrone avrà cancellato quasi 80.000 posti di lavoro. Il tutto per “efficientare” la rete e compiacere gli investitori, che infatti hanno subito premiato il titolo in borsa con un rialzo del 3,2%.
Il divorzio da Amazon e la scusa dell’automazione
Ufficialmente, la colpa è del “dimensionamento”. UPS sta riducendo i volumi gestiti per conto di Amazon, un tempo partner d’oro e oggi ingombrante rivale che si mette in proprio con la sua logistica. Ma dietro il calo delle spedizioni per il colosso di Jeff Bezos c’è dell’altro: il piano “Network of the Future”.
Sotto questo nome dal sapore futuristico si cela la sostituzione sistematica di autisti e smistatori con algoritmi e robot. L’azienda sta chiudendo decine di centri logistici obsoleti per concentrare tutto in mega-hub automatizzati dove l’unico umano rimasto, forse, sarà quello che preme il tasto “On”.
Utili per pochi, sacrifici per molti
La CEO Carol Tomé tira dritto con la filosofia “Better, not Bigger” (Meglio, non più grandi). Un “meglio” che però riguarda solo i dividendi degli azionisti. Mentre i lavoratori americani ed europei subiscono i tagli, la società vanta un risparmio sui costi che ha già toccato i 2,2 miliardi di dollari nei primi nove mesi dell’anno scorso.
Si tratta di un segnale inquietante per l’intero settore della logistica: se persino una società in attivo decide di amputare la propria forza lavoro per inseguire l’automazione selvaggia, il rischio è che il “futuro” promesso sia un deserto occupazionale. Per ora, l’unica cosa che corre veloce in UPS non sono i pacchi, ma i licenziamenti.






