Il problema non è ciò di cui parliamo ma le menti con cui lo affrontiamo
Paolo Benini.
Nel dibattito pubblico contemporaneo il lessico della prestazione è diventato onnipresente. Ne parlano la politica, le grandi istituzioni finanziarie, le banche, le amministrazioni pubbliche, i mondi della formazione e della consulenza. Mindset, crescita, efficienza, cambiamento vengono evocati come se bastasse nominarli per renderli operativi. Il problema non è l’uso di queste parole, ma il loro carattere prevalentemente ornamentale. In molti di questi contesti gli obiettivi reali restano opachi, ambigui o deliberatamente non allineati ai bisogni concreti del sistema sociale di riferimento. I dibattiti partono quasi sempre da posizioni contrapposte, non per chiarire un problema, ma per tutelare equilibri, ruoli e interessi già dati. Il confronto è falsato in partenza e, per quanto sofisticato nella forma, risulta sostanzialmente inutile rispetto allo scopo che ufficialmente dichiara di perseguire.
Nello sport, soprattutto nell’alta competizione, questo meccanismo non regge. Qui gli obiettivi sono chiari, o quantomeno dovrebbero esserlo. Devono essere definiti con cura, condivisi, accompagnati da un processo altrettanto chiaro. Se gli obiettivi non sono espliciti, se il processo non è leggibile, semplicemente non siamo nell’alta prestazione. E se gli obiettivi non vengono raggiunti, il sistema vero non cerca alibi: significa che sono stati commessi degli errori. È davanti all’errore che emerge la vera differenza di mentalità. Ciò che Carol Dweck ha descritto come mindset dinamico nello sport assume una forma concreta: l’errore non è una minaccia all’identità, ma informazione sul processo. Viene analizzato, scomposto, utilizzato. L’atteggiamento non è difensivo né contrappositivo, ma orientato alla comprensione di ciò che non ha funzionato. Chi reagisce irrigidendosi, chi parte da posizioni ideologiche, chi costruisce argomentazioni per affermarsi invece che per capire, viene selezionato fuori molto prima di arrivare ai livelli più alti. Se lo si incontra ancora, significa che non si è più davvero nell’alta competizione, ma in una sua rappresentazione. Non a caso un’atleta italiana di primissimo piano ha detto che lo sport è l’ambiente più democratico che esista, perché c’è il cronometro: un criterio di realtà che misura allo stesso modo per tutti, senza interpretazioni né sconti.
Fuori dallo sport, invece, l’assenza di obiettivi chiari e di criteri condivisi rende tutto più nebuloso. I risultati raramente mettono a nudo i processi che li hanno prodotti, e i “cronometri”, quando esistono, sono molti, opachi, tarati su ciò che conviene misurare. In questo spazio indistinto il linguaggio della prestazione diventa una copertura, non uno strumento di apprendimento. Dal punto di vista del funzionamento mentale, è esattamente ciò che Daniel Kahneman ha mostrato studiando il comportamento decisionale sotto pressione: quando mancano criteri chiari e responsabilità dirette, il pensiero tende a scivolare verso modalità rapide, reattive, intuitive, che riducono la complessità invece di affrontarla. Nello sport di alto livello il lavoro sulla prestazione serve proprio a mantenere accessibile un funzionamento riflessivo anche sotto stress; negli altri contesti, invece, i sistemi sembrano spesso costruiti per incentivare l’opposto, premiando la contrapposizione, il giudizio immediato e la rigidità. È qui che si apre la frattura reale: nello sport la prestazione è uno strumento che espone alla realtà e obbliga ad apprendere, negli altri ambiti è spesso un linguaggio che consente di evitarla. E finché questa differenza non verrà riconosciuta, continueremo ad assistere a dibattiti formalmente evoluti, ma strutturalmente incapaci di produrre ciò che promettono.
Il punto, allora, non è estendere il linguaggio della prestazione a ogni ambito, ma riconoscere che non tutti gli ambiti sono disposti a pagarne il prezzo. Lo sport lo paga, perché non può fare altrimenti. Altri contesti preferiscono restare nella nebbia. Non per mancanza di concetti, ma per mancanza di criteri e di mentalità in grado di reggerli. E se per anni, nei programmi televisivi dedicati alla meteorologia, si diceva con una certa ironia che :” domani nebbia in Val Padana”, forse oggi bisognerebbe aggiornare il bollettino: in Italia la nebbia non è più un fenomeno locale. È diffusa, trasversale, strutturale. Ed è proprio questa nebbia che consente di parlare di prestazione senza mai doverne subire davvero il giudizio.






