Il Pentagono ci ripensa: “Cina nemica ma non troppo”
Ariel Piccini Warschauer.
Un cambio di rotta che sa di pragmatismo muscolare. Il Pentagono ha pubblicato la nuova Strategia di Difesa Nazionale (NDS) 2026, ridisegnando l’approccio degli Stati Uniti verso la Cina. Il messaggio che emerge dal documento firmato dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth è chiaro: Pechino resta il principale concorrente geostrategico, ma l’obiettivo non è lo scontro frontale, bensì una “stabilità strategica” che eviti incidenti fatali nell’Indo-Pacifico.
L’amministrazione Trump, in vista dell’atteso vertice di aprile tra il tycoon e Xi Jinping, sembra voler abbassare la temperatura, cercando quella che il documento definisce “una pace dignitosa”: cioè condizioni favorevoli agli interessi americani, ma che la Cina possa accettare senza sentirsi umiliata o strangolata.
Le nuove priorità: Prima l’America (e il suo emisfero)
La nuova dottrina ribalta la gerarchia delle minacce stabilita nel 2018. Se allora la Cina era dipinta come una potenza “revisionista” da contenere a ogni costo, oggi la priorità assoluta diventa la difesa del territorio nazionale e la preminenza nell’emisfero occidentale. Nel documento si parla di: “Difesa della Patria” e di protezione dei confini e delle infrastrutture critiche. Ma anche di Indo-Pacifico e di stabilizzazione della regione tramite la deterrenza, non il conflitto.
Washington punta a quello che chiama “disimpegno selettivo”, cioè la riduzione del ruolo militare in Europa, Medio Oriente e nella penisola coreana. “Man mano che le forze statunitensi si concentrano sulla difesa nazionale, i nostri alleati dovranno assumere la responsabilità primaria della propria difesa”, recita il documento. Un avviso neanche troppo velato all’Europa, chiamata a raggiungere velocemente il nuovo benchmark del 5% del PIL per la spesa militare.
Taiwan e la “Prima Catena Insulare”
Nonostante l’apertura al dialogo, il Pentagono non arretra sulla sicurezza marittima. La strategia prevede una “solida difesa” lungo la Prima Catena Insulare — l’arco che unisce Giappone, Taiwan e Filippine.
Sebbene Trump non abbia garantito esplicitamente l’intervento militare in caso di attacco a Taipei (a differenza del suo predecessore Biden), i fatti parlano di un massiccio invio di armamenti: un pacchetto da 11 miliardi di dollari approvato per dissuadere Pechino da tentazioni annessionistiche.
Il vero timore di Washington sono gli incidenti di percorso. Dopo i recenti “agganci” radar cinesi contro i caccia giapponesi e le manovre aggressive nel Mar Cinese Meridionale, il Pentagono punta ad ampliare i canali di comunicazione military-to-military. L’idea è quella di una “linea rossa” sempre aperta per evitare che una scintilla trasformi la competizione in guerra aperta con Pechino.
Lo scetticismo degli esperti
Non tutti leggono questo “ammorbidimento” come una vittoria diplomatica. Gli analisti dell’American Enterprise Institute avvertono: Pechino potrebbe interpretare il desiderio di dialogo come una debolezza, continuando ad alzare la tensione per forzare gli USA ad allontanarsi dalle coste cinesi.






