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Facoltà scientifiche, la qualità non manca ma in Europa l’Italia arretra

Emanuele Montomoli*.

Nelle facoltà scientifiche italiane succede qualcosa di curioso e allo stesso tempo preoccupante. La qualità non manca, i docenti formano studenti solidi, i laboratori producono buona ricerca, molti laureati trovano lavoro rapidamente, spesso anche all’estero. Eppure, quando lo sguardo si allarga al panorama europeo e globale, l’Italia arretra. Non crolla: scivola e le classifiche internazionali lo mostrano con una chiarezza che ormai non può più essere ignorata. Nel ranking CWUR 2025, l’Italia porta in classifica 66 atenei, ma circa l’80% perde posizioni rispetto al 2024. Il dato diventa ancora più significativo se si guarda a cosa pesa davvero e cioè la ricerca scientifica, che vale il 40% del punteggio complessivo. È lì che il sistema STEM (Science, Technology, Engineering e Mathematics) italiano fatica di più. La maggioranza delle università peggiora proprio negli indicatori legati a pubblicazioni, citazioni, capacità di produrre conoscenza competitiva.

Anche le università simbolo del sistema scientifico nazionale non sono immuni. L’ Università La Sapienza di Roma resta il primo ateneo italiano per dimensioni e produzione, ma scende al 124° posto a livello mondiale. Padova, Milano, Bologna seguono lo stesso andamento. Non è una questione di eccellenze isolate: è un segnale sistemico. Qui emerge un primo nodo di riflessione. Le classifiche internazionali non misurano se un corso funziona, se gli studenti sono soddisfatti o se i laureati trovano lavoro nel breve periodo. Misurano altro: massa critica, continuità della ricerca, capacità di stare nella frontiera della conoscenza e nelle STEM, oggi, questa frontiera si muove velocemente, chi non tiene il passo, anche se è bravo, viene superato. Il problema non è difficile da individuare, è scritto nei bilanci pubblici prima ancora che nei ranking. L’Italia investe poco in Ricerca e Sviluppo rispetto ai principali Paesi europei. Nel 2023 la spesa complessiva in Ricerca e Sviluppo si è attestata attorno all’1,3% del PIL. La media UE supera il 2,2%. I Paesi che dominano la scena scientifica europea – Svezia, Danimarca, Finlandia, Germania, Belgio – superano stabilmente il 3%, questo non è un dettaglio tecnico, è il terreno su cui crescono o si impoveriscono le facoltà scientifiche. Nelle STEM, la qualità non si regge solo sul capitale umano, servono laboratori aggiornati, strumentazioni costose, personale tecnico qualificato, continuità nei finanziamenti e magari anche…salari adeguati. Nei Paesi che guidano i ranking, una quota rilevante degli investimenti in Ricerca e Sviluppo è destinata all’università e all’alta formazione scientifica. In Italia, il segmento universitario resta sottofinanziato, il risultato è una ricerca spesso frammentata, portata avanti con grande sforzo individuale, ma con meno possibilità di costruire programmi ambiziosi di lungo periodo. Questo si riflette anche sulle persone, le facoltà scientifiche italiane soffrono un ricambio generazionale lento e una precarietà strutturale che pesa in particolar modo sui giovani ricercatori. Si entra tardi nei ruoli stabili, spesso dopo anni di contratti temporanei e nel frattempo, altri Paesi offrono percorsi più chiari, stipendi più competitivi e, soprattutto, tempo dedicato e finanziato per fare ricerca. Non sorprende che molti dottorandi e post-doc formati in Italia scelgano di costruire la propria carriera altrove, in Paesi e Università più “attrattivi”.

C’è poi un fattore che raramente entra nei ranking, ma che chi lavora nelle STEM conosce fin troppo bene: la burocrazia. Procedure di acquisto lente, rendicontazioni complesse, valutazioni continue, sistemi digitali che spesso complicano la situazione invece di semplificala. Nelle scienze sperimentali, dove la ricerca richiede concentrazione, continuità e anche rapidità di esecuzione, questo carico amministrativo sottrae tempo ed energie. Nei sistemi più competitivi, il ricercatore è messo nelle condizioni di fare ricerca, in Italia, deve dimostrare di averla fatta nel modo formalmente corretto. Eppure, il paradosso resta, perché poi, sul piano interno, molte facoltà STEM funzionano. La didattica è abbastanza solida, la preparazione teorica è apprezzata anche all’estero, i laureati trovano sbocchi occupazionali migliori rispetto alla media. È per questo che le classifiche nazionali restituiscono un’immagine meno critica. Ma il mondo non guarda solo a questo, nella competizione internazionale, conta la capacità di attrarre finanziamenti e fondi europei, di coordinare grandi progetti, di essere visibile nei network scientifici più importanti.

A questo punto la riflessione si fa inevitabilmente politica: Oggi le STEM non sono solo un ambito accademico: sono infrastrutture strategiche, dalla transizione digitale all’intelligenza artificiale, dall’energia alla salute, le grandi trasformazioni passano dai dipartimenti scientifici. I Paesi che lo hanno capito investono sulle università come investono sulle reti energetiche o sui trasporti. L’Italia, invece, continua a trattarle come una voce ordinaria di spesa, chiedendo loro di competere in Europa con risorse e regole che non sono europee. Il rischio non è immediato e per questo ancora più pericoloso, non è la chiusura dei corsi, né il collasso improvviso, è la marginalizzazione progressiva. Dipartimenti che restano validi localmente, ma sempre meno centrali nei grandi flussi della ricerca internazionale. Talenti che partono, collaborazioni che si spostano, leadership scientifiche che si costruiscono altrove e che sono destinate a non rientrare o a tornare poco prima del pensionamento. Invertire questa tendenza non significa inseguire i ranking come un feticcio, significa riconoscere che, nelle STEM “la qualità senza scala non basta più”. Servono investimenti stabili, meno precarietà, molta meno burocrazia e una visione che consideri le facoltà scientifiche per ciò che sono davvero: il motore silenzioso della competitività di un Paese.

Oggi l’Italia non perde terreno nelle STEM perché mancano le competenze, lo perde perché chiede alle sue Università scientifiche di correre una gara europea con il freno tirato, e nel lungo periodo, questa è una scelta che nessun sistema della conoscenza può permettersi.

*Emanuele Montomoli è ordinario di Igiene e sanità pubblica all’università di Siena

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