Quel 27 gennaio in cui furono abbattuti i cancelli di Auschwitz anche per i deportati toscani
Roberto Pizzi.
Si sta avvicinando la ricorrenza del 27 gennaio 1945, data in cui i cancelli di Auschwitz furono
abbattuti e il mondo vide quanto poteva essere efferata la natura umana. Di fronte allo sterminio di
circa 6 milioni di individui “colpevoli” di essere di religione ebraica, noi italiani, nell’anno 2000,
cercammo di emendare un po’ le nostre responsabilità pregresse con una legge dello Stato che
istituiva il cosiddetto “Giorno della Memoria”, guadagnandoci il merito di avere preceduto l’ONU
che a sua volta istituì la commemorazione delle vittime dell’Olocausto (con la risoluzione 60/7)
cinque anni dopo.
Nel nostro ridotto ambito proviamo anche noi a ricordare le vicende storiche toscane e lucchesi
degli anni terribili della deportazione degli ebrei da parte dei nazisti, avendo anche già meditato e
studiato l’argomento a partire dalla metà degli anni ’90, con l’Istituto storico della Resistenza e
dell’età contemporanea di Lucca. Nel 1993 iniziammo, infatti, un ciclo di ricerca che fu definito
“pionieristico” da autorevoli storici di valore nazionale e che è proseguito negli anni con varie
iniziative.
Qui ci limitiamo a ricordare che il bilancio delle perdite dell’Ebraismo toscano conterà alla fine
della guerra circa 600 vittime: dalla provincia di Firenze i deportati per i campi di sterminio furono
291, da Lucca 111, dalla provincia di Pistoia 77, da Grosseto 36, da Livorno 35 (ma considerando i
livornesi catturati in altre zone si sale almeno a 115), da Arezzo 29, da Pisa 17, da Siena 16. Ai
deportati si devono aggiungere i trucidati sul posto, e fra questi il presidente della comunità di Pisa,
Giuseppe Pardo Roques, ucciso dai tedeschi, insieme a 12 ospiti, nella sua casa di Villa
Sant’Andrea il 1° agosto 1944; a Rignano sull’Arno, due giorni dopo seguirono analoga sorte la
moglie e le figlie dell’ingegner Roberto Einstein, cugino del premio Nobel per la Fisica, suicidatosi
di lì a poco, per il dolore. Il 20 agosto del ‘44, a Rufina di Caselle, presso Firenze, i tedeschi in fuga
fucilarono alle spalle Ada Bemporad, Elda e Valentina Galletti. Un dato sconvolgente di questa
barbarie che i giovani devono sapere è l’altissimo numero di bambini che subirono la “strage degli
innocenti”. Su un totale di deportati dall’Italia, stimato in 6806 persone (ai quali si devono
aggiungere altri 1820 deportati dal Dodecaneso che era sotto la giurisdizione italiana), i bambini di
pochi mesi o pochi giorni di vita furono 115 e i giovani compresi nella fascia d’età fino a 20 anni
furono 1541.
Anche fra i deportati della nostra provincia, la fascia della pur tenue speranza di sopravvivenza,
all’arrivo ad Auschwitz, era quella compresa fra l’età di 17 e 50 anni. Nessuna pietà per i pianti dei
lattanti, né per la stanchezza dei vecchi, che venivano subito soppressi nelle camere a gas.
Oggi, però, una buona parte della società occidentale sembra smarrita ed in particolare
molti giovani vagano confusi alla ricerca di sé stessi. In merito a questa ricorrenza c’è chi dubita
sull’utilità di mantenerne la centralità simbolica. Alcuni osservatori (anche non pregiudizialmente
ostili al mondo ebraico) ritengono opportuno rinunciare a questo “rito stanco” e retorico della
Giornata della Memoria.
Per la verità anche quando fu stabilita questa ricorrenza, dopo un lungo periodo di “assordante
silenzio” , si passò forse troppo velocemente ad un proliferare smisurato dei dibattiti, dei
convegni, della bibliografia sulle persecuzioni antisemite. Una mancata metabolizzazione
dell’argomento, in una società sempre più basata sull’apparenza che sulla sostanza, produsse
alcune critiche al fatto di avere fissato per legge questo memorial day sull’Olocausto.
Ad esse sottostava l’ avversione a “canonizzare” il genocidio – come fu scritto –, cioè a farne una
categoria permanente della Storia, col rischio di innescare reazioni contrarie, foriere di un nuovo
antisemitismo.
Ricordo lo scomodo, discutibile, libro dell’ex ambasciatore Sergio Romano “Lettera ad un amico
ebreo”(2002), che esponeva – anche in modo urticante – alcune perplessità; pur contenendo
un’affermazione illuminante che mi sento di condividere : “il passato (era) un bene troppo prezioso
per essere lasciato in mano ai religiosi ed agli ideologi”. Altri ancora, appellandosi alla razionalità
1critica che nella storia europea aveva “permesso a ciascuna delle sue culture di essere più
profondamente se stessa (….)”, consigliarono a noi italiani di non limitarsi al ricordo di Auschwitz
ed a non dimenticare altri luoghi e altre date della persecuzione contro gli ebrei: fra questi l’aula
della Camera dei Deputati dove il 14 dicembre 1938 furono all’unanimità approvate le leggi
antiebraiche; il Ghetto di Roma dove avvenne il rastrellamento degli ebrei del 16 ottobre 1943; il
Binario 21 della stazione di Milano da dove partivano i vagoni per la deportazione; il campo di
Fossoli, ultima tappa prima di Auschwitz, la Risiera di San Sabba a Trieste, 1’unico campo di
sterminio in terra italiana.
Da parte nostra, al di là di queste critiche, legittime se in buona fede, aggiungendo anche la
constatazione negativa di un progressivo affievolirsi dello spirito laico di Israele (anche se per
reazione al fanatismo della parte avversa), che preoccupa, non cessiamo di ritenere questo piccolo
stato (equivalente ad una regione italiana), un avamposto della civiltà occidentale in Medio
Oriente. Riteniamo arrivato, quindi, il momento di prendere una posizione netta in merito a questa
celebrazione del 27 gennaio. Forse varie critiche potevano essere giustificate prima del 7 ottobre
2023. Dopo quel giorno le cose sono profondamente cambiate perché è esplosa – insieme ad altri
drammi – una malattia che va estirpata. Il contesto attuale richiede un’opposizione ferma al
rigurgito di antisemitismo ed antisionismo, sentimenti riemersi come antichi fantasmi, che
passeggiano nelle nostre università e nelle nostre piazze. Quel “ricordo” non deve restare un
omaggio ai morti, ma trasformarsi in una lotta concreta al fanatismo che oggi colpisce con codici
nuovi e forme mutate.
Quindi riteniamo obbligato lo sforzo al mantenimento della memoria, pur con alcune
considerazioni accessorie sull’argomento che ci vengono suggerite da Liliana Segre e Giovanni
Grasso, in un volume che sta per essere pubblicato in questi giorni, contenente una silloge degli
interventi di Sergio Mattarella fatti al Quirinale sul Giorno della Memoria. Dice la Segre:
“La lezione del presidente è che la memoria non deve mai essere esercizio fine a se stesso, ma
continua presa di coscienza, formazione, elaborazione di un idem sentire civile fatto di conoscenza,
responsabilità, solidarietà, spirito repubblicano”. Aggiunge Giovanni Grasso: “Il piano di sterminio
degli ebrei europei (…) per la sua dimensione numerica, per la sistematicità, per la lunga
progettazione della sua attuazione, per l’utilizzo della tecnologia su scala industriale (…) risulta
assolutamente incomparabile con altri e gravi genocidi che pure l’uomo ha compiuto nella storia”.
A nostro conclusivo giudizio, riteniamo necessario, allora, che sia opportuno lottare sempre e
comunque per non fare scomparire quello spirito di tolleranza religiosa, non del tutto sconosciuto
nel passato. Ad esempio, penso a quanto espresso nell’Umanesimo da parte di Giovanni
Boccaccio, nella III novella della I giornata del Decameron, dal titolo “Melchisedech giudeo” (che
fu fonte di ispirazione, poi, del filosofo illuminista tedesco Gotthold Ephraim Lessing, per il suo
dramma “Nathan il saggio” ).
Il racconto del Boccaccio, detto anche “La novella dei tre anelli”, narrato dall’ebreo Melchisedech
al Saladino, è una celebre parabola sulla tolleranza religiosa e l’ingegno umano: un ricco padre,
amando egualmente i tre figli, fa realizzare due copie perfette del suo prezioso anello ereditario e
distribuisce i gioielli a tutti e tre; alla sua morte, nessuno di loro può dimostrare di possedere
l’originale, e la questione rimane irrisolta, proprio come non si può stabilire quale tra le tre grandi
religioni (ebraica, cristiana, musulmana) sia la più vera. Per ciò l’opera è un invito alla coesistenza e
al rispetto reciproco.
Forse queste letture di Boccaccio e di Lessing andrebbero istituzionalizzate insieme alla
celebrazione del 27 gennaio, andando anche ad incoraggiare l’opera lodevole di coloro che a
Firenze nel tempio massonico del Goi, nel Palazzo Valori-Altoviti-Sangalletti (o dei Visacci),
hanno favorito in questi giorni un incontro fra il rabbino Gad Piperno e l’imam Izzedin Elzir.
Auspicabilmente si dovrebbe aggiungere il rappresentante della terza Religione Rivelata, in
questi futuri, benefici, incontri. Tutto ciò anche per dare senso concreto a quella parola “Religione”,
che come noto deriva dal latino (religio –onis) e significa “religare – legare”, ossia stabilire un
2valore vincolante che unisca pacificamente tutta l’umanità, al di là di ogni credo.






