Il potere che incide sulla vita quotidiana non risiede principalmente nelle sedi rappresentative
di Pierluigi Piccini.
La crisi della democrazia si manifesta oggi in modo evidente nell’astensionismo. Non è semplice disinteresse né rifiuto della politica in sé, ma la percezione diffusa che le decisioni reali vengano prese altrove. Si partecipa meno perché si decide meno. Il nodo non è chi governa, ma su cosa si governa. È la frattura tra decisione e vita concreta che svuota l’azione politica (Hannah Arendt, Vita activa).
Il potere che incide sulla vita quotidiana non risiede più principalmente nelle sedi rappresentative, ma nei flussi materiali che attraversano i territori: energia, acqua, rifiuti, suolo, mobilità, lavoro, dati. Sono questi flussi a determinare condizioni concrete, opportunità e disuguaglianze. Il governo si esercita sempre più attraverso dispositivi, infrastrutture e regolazioni dei processi, non attraverso il comando diretto (Michel Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione). Quando questi flussi sfuggono al controllo pubblico, la democrazia resta formalmente in piedi ma perde sostanza.
In questo quadro i dati diventano una questione politica centrale. I dati che descrivono i flussi non sono neutri, ma non appartengono a una parte. Non sono patrimonio della maggioranza né strumento dell’opposizione. Sono infrastruttura di governo. Senza dati accessibili, verificabili e condivisi, la politica è cieca e quindi subordinata. La produzione dei dati, il modo in cui vengono organizzati e utilizzati, può rafforzare o indebolire la capacità di decisione collettiva (James C. Scott, Seeing Like a State).
La socializzazione dei dati non è trasparenza rituale né partecipazione di facciata. È una scelta di potere. Significa rendere un territorio capace di leggere se stesso, di valutare alternative, di misurare conseguenze. In una fase storica in cui i dati tendono a concentrarsi e a essere privatizzati, il loro governo pubblico diventa una condizione della democrazia (Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza). È una partita complessa, che richiede tempo, competenze e infrastrutture, ma è una partita che va giocata e che ha già iniziato a essere impostata.
La cultura, in questo ragionamento, non è un’aggiunta alla politica né un ambito separato. È ciò che rende possibile il passaggio dai flussi ai giudizi, dai dati alle decisioni. Senza cultura, i dati restano materia tecnica; con la cultura diventano spazio di confronto democratico. Eventi, mostre, festival e pratiche culturali costruiscono socialità, immaginario, appartenenza: è così che una comunità prende forma. Ma è nello stesso spazio che la cultura compie il suo gesto politico decisivo, quando rende leggibili i processi, mette in comune il sapere, trasforma l’esperienza in capacità di giudizio (Ivan Illich, La convivialità).
Un primo esempio concreto è il teleriscaldamento pubblico. Non è solo un servizio energetico, ma un’infrastruttura sociale. Il calore distribuito in modo uniforme alle famiglie produce sicurezza, stabilità, riduzione delle disuguaglianze. Questo è possibile solo perché il flusso energetico è conosciuto, misurato e governato. Qui un bene essenziale viene organizzato come risorsa condivisa attraverso regole e responsabilità collettive (Pierre Dardot – Christian Laval, Comune. La rivoluzione nel XXI secolo).
Un secondo esempio è l’economia circolare legata alla trasformazione del riccio della castagna in bioplastica. In questo caso i dati riguardano l’intera filiera: disponibilità dello scarto, processi di trattamento, resa dei materiali, impatti ambientali, valore che resta sul territorio. Senza questa conoscenza condivisa, l’economia circolare resta uno slogan. Con essa diventa una scelta politica concreta, che riancora produzione e lavoro alla società e al territorio (Karl Polanyi, La grande trasformazione).
Questi esempi mostrano che la democrazia non si rigenera per nostalgia né per moltiplicazione delle procedure. Non esiste un ritorno possibile alla sovranità novecentesca. La politica deve tornare a misurarsi con i vincoli materiali e territoriali, non con astrazioni universali (Bruno Latour, Dove atterrare).
Un territorio che non controlla i propri dati è strutturalmente dipendente: da consulenze esterne, da interessi privati, da narrazioni che sostituiscono l’analisi. Un territorio che invece organizza e socializza i propri dati, e costruisce gli strumenti culturali per interpretarli, sviluppa una sovranità pratica: la capacità di scegliere entro vincoli reali.
La posta in gioco non è la trasparenza, ma la decisione. Socializzare i dati e costruire cultura attorno ad essi significa restituire alla politica locale una funzione reale: governare i flussi che rendono possibile la vita quotidiana. Tutto il resto viene dopo.
Nella foto Pierluigi Piccini, assessore alla cultura del comune di Piancastagnaio ed ex sindaco di Siena





