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Accoltellamenti, lista degli stupri, proviamo a capire perché succede

di Paolo Benini.

Ciò che considero un tratto distintivo della mia personalità, e che ha avuto un ruolo decisivo nel mio lavoro, è la tendenza a muovermi dal dettaglio all’insieme. È stato così nell’ambito clinico ed è così oggi nell’ambito sportivo, anche perché, a ben vedere, si tratta di ambiti che esistono più come convenzioni che come realtà separate. Il mio interesse non è mai stato il fatto in sé, ma il processo che lo genera: come si costruiscono le situazioni, quali concatenazioni portano a un determinato esito, quali strutture rendono certi eventi possibili. Partire da un fatto significa, per me, usarlo come punto di partenza e non come punto di arrivo. L’analisi ha senso solo se consente di risalire a una visione d’insieme, capace di restituire coerenza e intelligibilità al fenomeno osservato. Trattare i dettagli come elementi isolati equivale a confondere il segnale con il supporto, l’indizio con il significato. È la differenza, per dirla in modo semplice, tra cogliere ciò che viene indicato e fermarsi all’atto dell’indicare. Per questo motivo, pur non essendo questo il mio campo di intervento diretto, ho ritenuto utile dedicare del tempo a una breve ricognizione delle informazioni disponibili, anche attraverso ricerche mirate in rete. Su questa base, integrando ciò che ho trovato con ciò che già conosco e utilizzo nel mio lavoro, propongo di seguito una lettura che non ha la pretesa di essere esaustiva né definitiva, ma che rappresenta una mia valutazione argomentata del quadro complessivo.

Quando i ruoli evaporano: una diagnosi del vuoto educativo, e non solo,  contemporaneo

Ci sono episodi che, presi singolarmente, sembrano richiedere solo una reazione immediata. Una lista comparsa in una scuola. Un gesto compiuto da un corpo istituzionale. La risposta pubblica segue quasi sempre lo stesso schema: condanna, dichiarazioni, prese di posizione. È un riflesso comprensibile, ma spesso fuorviante, perché concentra l’attenzione sull’evento e non sulla struttura che lo rende possibile. Se si sospende il giudizio e si osserva il contesto, ciò che emerge non è una devianza improvvisa, ma una coerenza inquietante. Non un eccesso, ma una mancanza. Non un problema di valori, ma di forma. La comparsa di una cosiddetta “lista degli stupri” in ambito scolastico non va letta come una semplice bravata degenerata né come la spia diretta di una violenza imminente. È piuttosto un indicatore di vuoto normativo. Una parola estrema, che designa l’annientamento dell’altro, entra nel linguaggio ludico di un gruppo quando il linguaggio ordinario non è più sufficiente a evocare un limite. Dove il confine non è interiorizzato, viene cercato. E spesso viene cercato attraverso l’eccesso. Émile Durkheim avrebbe parlato di anomia: non assenza di leggi, ma assenza di norme interiorizzate capaci di orientare il comportamento. In un contesto anomico, le azioni non sono regolate da ciò che è giusto o sbagliato, ma da ciò che è possibile, tollerato, non immediatamente sanzionato. Robert Merton ha mostrato come, in questi contesti, la devianza non rappresenti una rottura del sistema, ma una risposta adattiva a una struttura incoerente.

La lista, in questo senso, non è un’anomalia: è un prodotto coerente dell’ambiente. Punto. Trattarla esclusivamente come una questione di genere, che pure si pone, è un modo stupido e insufficiente di affrontare il problema. Un meccanismo analogo, pur su un piano radicalmente diverso, si osserva quando un corpo istituzionale perde chiarezza rispetto al proprio ruolo. Un’istituzione non è la somma delle convinzioni personali dei suoi membri, ma una funzione, un mandato, una cornice operativa. Quando questa distinzione si indebolisce e l’identità individuale tende a sovrapporsi alla funzione pubblica, il gesto diventa ambiguo non sul piano morale, ma su quello simbolico. Non perché sia animato da cattive intenzioni, ma perché agisce su un piano che non gli compete. Erving Goffman ha mostrato come i ruoli sociali non siano maschere artificiali, ma dispositivi di regolazione dell’interazione. Finché la cornice è chiara, il comportamento resta contenuto. Quando la cornice si dissolve, l’azione tende a diventare espressiva, teatrale, simbolica. È una dinamica strutturale, non etica. È qui che due fenomeni profondamente diversi si incontrano sul piano dell’analisi. Non perché siano assimilabili, ma perché entrambi segnalano una confusione dei piani: tra individuo e ruolo, tra espressione e funzione, tra libertà e assenza di struttura.

Nei ragazzi questa confusione si manifesta attraverso il linguaggio estremo; negli adulti, attraverso l’ambiguità istituzionale. Cambiano le forme, non la matrice. Zygmunt Bauman ha descritto questa condizione come modernità liquida: un contesto in cui le strutture solide, capaci di orientare identità e comportamento, si sono progressivamente dissolte. In assenza di cornici stabili, l’individuo è costretto a costruirsi da solo, senza strumenti adeguati, oscillando tra onnipotenza e smarrimento. Byung-Chul Han ha mostrato come la scomparsa del limite non produca soggetti più liberi, ma più fragili, meno capaci di tollerare il negativo, la frustrazione, il vincolo. In questo quadro, famiglia e scuola appaiono come istituzioni che hanno progressivamente rinunciato alla loro funzione normativa. Non per disinteresse, ma per timore: di essere percepite come rigide, autoritarie, inattuali.

L’affetto ha sostituito la regola, la spiegazione ha preso il posto della prescrizione, la mediazione continua ha soppiantato la trasmissione. Il risultato non è una maggiore autonomia, ma una assenza di struttura. Jonathan Haidt lo documenta con chiarezza: crescere senza limiti coerenti non produce resilienza, ma ipersensibilità; non produce responsabilità, ma dipendenza dal contesto. Philip Zimbardo mostra come il vuoto di ruolo e di responsabilità favorisca comportamenti disorganizzati. Alexander Mitscherlich aveva già parlato di una società incapace di trasmettere una funzione autoritativa, intesa non come autoritarismo, ma come principio di orientamento. In questo senso, parlare di libertà è fuorviante. Questi ragazzi non vivono nella libertà. Vivono nel nulla. E il nulla non emancipa: disorienta. Costringe a cercare confini attraverso l’eccesso, la provocazione, l’abuso simbolico. Allo stesso modo, istituzioni che non distinguono più con chiarezza tra ruolo e identità finiscono per esporsi a letture improprie e conflitti simbolici evitabili.

Questa analisi non chiede indignazione. Proprio perché i piani etici sono diversi e non sovrapponibili, non ha senso distribuire colpe morali in modo indifferenziato. Ciò che merita attenzione è piuttosto la reazione che questi fatti generano nello spazio pubblico. In particolare, colpisce il modo in cui alcune forze politiche e categorie organizzate tendono a utilizzare episodi di questo tipo per battaglie contingenti, arrivando a leggere persino l’avvio di un procedimento disciplinare come un eccesso o un abuso, anziché come l’esercizio di una funzione regolativa. Anche qui, il punto viene spostato: non si discute più del senso del ruolo, ma dello scontro. Non della cornice, ma della contrapposizione. Questa strumentalizzazione aggiunge danno al danno. Perché sottrae il fatto al suo statuto di indicatore e lo trasforma in pretesto. Invece di interrogare il sistema che lo ha reso possibile, lo si piega a interessi personali o ideologici. Si parla attraverso l’evento, non dell’evento. E così si evita ancora una volta la questione centrale: la responsabilità strutturale.

Dal punto di vista psicologico, questo meccanismo non è neutro. Funziona come una difesa collettiva: semplificare, polarizzare, spostare il fuoco. In questo modo, la confusione dei ruoli non solo non viene affrontata, ma si riproduce: chi avrebbe il compito di analizzare i fenomeni li riduce a giudizi; chi dovrebbe contenere e regolare li utilizza; chi dovrebbe educare li semplifica. Il problema, allora, non è l’esistenza di episodi disturbanti, che ogni società conosce. Il problema è l’incapacità sistematica di leggerli per ciò che sono: segnali di una crisi di forma. Finché continueremo a trasformare i sintomi in strumenti, non faremo che consolidare il contesto che li produce. E questo, più di qualsiasi parola sbagliata o gesto simbolicamente ambiguo, è il vero fallimento adulto.

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