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L’export cinese vola a 1200 miliardi nonostante i dazi Usa e il dato fa riflettere

di Ariel Piccini Warschauer.

La strategia del “decoupling” (disaccoppiamento) perseguita dall’amministrazione Trump si scontra con la realtà dei flussi doganali. Nonostante l’inasprimento della guerra commerciale e il sensibile arretramento delle esportazioni verso gli Stati Uniti registrato nell’ultimo anno, la Cina chiude il 2025 consolidando il proprio primato globale. I numeri diffusi dall’Amministrazione Generale delle Dogane di Pechino delineano un quadro di resilienza che costringe analisti e policy maker a riconsiderare l’efficacia delle barriere tariffarie come strumento di pressione geopolitica.

Il record della bilancia commerciale

L’eccedenza commerciale cinese ha raggiunto nel 2025 la cifra record di 1.200 miliardi di dollari (circa 1.029 miliardi di euro). Il dato è frutto di una divergenza netta tra la dinamica delle esportazioni e quella dei consumi interni: mentre le importazioni sono rimaste sostanzialmente al palo (+0,5%), l’export in yuan ha segnato una progressione del 6,1%.

A spingere il dato è stata una performance d’area particolarmente aggressiva nel quarto trimestre, culminata con un balzo del 6,6% a dicembre. Con un volume complessivo di scambi cresciuto del 4%, la Cina mantiene lo scettro di primo esportatore mondiale, vantando ormai una rete di interscambio attiva con oltre Paesi.

La triangolazione e il pivot geografico

Il paradosso di un surplus record a fronte di dazi punitivi si spiega attraverso due direttrici. Da un lato, Pechino ha attuato una rapida diversificazione verso il cosiddetto Sud Globale: i mercati del Sud-est asiatico (ASEAN), dell’America Latina e dell’Africa stanno assorbendo le quote di produzione precedentemente destinate all’Occidente (USA e UE).

Dall’altro, prosegue il fenomeno delle triangolazioni: l’industria cinese aggira i dazi di Washington esportando componenti o semilavorati verso Paesi “ponte” come Messico e Vietnam. Qui i prodotti subiscono trasformazioni minime per ottenere un nuovo certificato d’origine e varcare il confine statunitense sotto altre insegne, mantenendo intatta la dipendenza americana dalla manifattura asiatica.

Il nodo della sovrapproduzione green

Il cuore della sfida non risiede più nei beni di consumo a basso valore aggiunto, ma nelle nuove “tre colonne” dell’industria pesante cinese: veicoli elettrici, batterie al litio e impianti fotovoltaici.

Grazie a un sistema di sussidi statali strutturali e permanenti, e a un’economia di scala senza pari, Pechino sta esportando la propria deflazione interna sotto forma di prezzi ultra-competitivi. È la cosiddetta “onda d’urto” della sovrapproduzione: in assenza di una domanda interna capace di assorbire l’output delle fabbriche, il surplus viene riversato sui mercati internazionali. Una dinamica che rende la transizione energetica globale indissolubilmente legata alle forniture di Pechino, vanificando, almeno nel breve termine, i tentativi di isolamento promossi dalla Casa Bianca.

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